E’ MORTO DON ROBERTO SARDELLI, IL PRETE DEI BARACCATI DELL’ACQUEDOTTO FELICE

DI MASSIMILIANO SMERIGLIO

Può essere un nome che oggi non dice molto ai più, eppure è stato un pezzo fondamentale di questa città, della sua riscossa democratica.

Quando parliamo di Roma, di periferie, di accampamenti, di occupazioni a scopo abitativo, lo facciamo oggi spesso dentro una dimensione perbenista legata a concetti come il decoro urbano, i migranti, la legalità, raramente inquadrando invece questo tema nell’ambito della povertà, dell’esclusione sociale. Eppure Roma è stata a lungo una città povera, disastrata, deragliata. Migliaia di persone fino gli anni ’60 e primi’ 70 vivevano nella baracche. Enormi agglomerati di senza fine di lamiere e fango, senza strade, senza servizi, senza luce. Erano relativamente pochi anni fa, eppure in molti hanno dimenticato che cos’era la capitale prima di Petroselli, prima della trasformazione delle borgate in città consolidata.

I figli dei poveri non andavano a scuola. Non potevano permetterselo, non ne avevano i mezzi.

I baraccati dell’acquedotto Felice avevano decine, centinaia di figli che razzolavano nella polvere, facevano lavoretti, sgobbavano coi loro genitori.
Poi un giorno arrivò lui, un prete di strada. Sentì, fortissima, l’esigenza di offrire a quei bambini e a quei ragazzi un’opportunità. Iniziò leggendo loro i giornali, provando a spiegargli cosa succedeva nel mondo lontano dalla loro povertà. Poi trasformò la baracca al civico 725 dell’acquedotto in un’aula, dove insegnare loro a leggere e scrivere. Poi la scuola 725 divenne un grande luogo di formazione popolare, l’occasione di riscatto per molti ragazzi nel ghetto. Centinaia furono i ragazzi formati da don Sardelli.

Alcuni di loro oggi, persone di 50-60 anni, sono diventati professionisti, amministratori, insegnanti a loro volta, e ricordano don Roberto con le lacrime agli occhi, colmi di immensa gratitudine.
Un giovane prete di strada che testimoniò il Vangelo in mezzo ai poveri, fra gli ultimi, fornendo loro uno strumento di riscatto in questa vita, non in un’altra.

Ciao don Roberto, alla prossima sfida.
E grazie di tutto.