ALZHEIMER – VI SIETE MAI CHIESTI QUANTE MAMME AVETE?

DI FLAVIO PAGANO

Assistere una persona colpita dall’Alzheimer, trasforma la vita. Il quotidiano si stravolge, le esperienze emotive diventano intense, addirittura violente, e ci sentiamo come fossimo passati al livello più alto di un videogioco.

La realtà si fa estrema. In certi momenti la percezione degli eventi accelera vertiginosamente, in altri s’arresta di colpo. Giorni e notti tempestose si alternano senza alcuna logica a interminabili ore dominate dall’inerzia.
Scordatevi le regole che credevate di avere imparato. Mettete da parte leggende metropolitane come il buon senso o il cosiddetto senso comune. E preparatevi a cambiare.
Ormai vivete in una specie di acceleratore di particelle: il tempo non funziona più come credevate prima; e il significato delle esperienze più semplici, come lavarsi, nutrirsi, dormire, chiacchierare, non è più lo stesso.
Eppure, in cambio di questo sforzo enorme, la malattia ci offre un dono straordinario: la consapevolezza che, se ogni sapere è relativo, il sentire è uno. Ed è assoluto.
La nostra sensibilità cresce. Diventiamo capaci di leggere gli sguardi, di ascoltare i silenzi, di scambiarci i significati più profondi della vita attraverso un abbraccio o una carezza. Impariamo, in una parola, a vedere gli altri.
Se oggi io posso comprendere la sofferenza di un dolore che non mi appartiene, se so che la parola estraneo non ha senso, lo devo a mia madre. Ai dieci anni passati da curacari accanto a lei, mentre la malattia la scoloriva e la rendeva trasparente fino a scomparire. A quei giorni muti, a quel sole senza luce, a quel mare asciutto nel quale lei mi insegnò a navigare.
E così, adesso, ritrovo mia madre in tante donne dai capelli bianchi, nate in anni talmente lontani che ormai appartengono alla Storia. La rivedo nei loro sguardi, nella delicatezza timorosa del sorriso, nella gentilezza ineguagliabile di quei modi d’altri tempi. Ma soprattutto nel loro dolore, nella loro solitudine.
Da quando ho perduto la mia, ho già incontrato una ventina di nuove madri, insieme a nuovi figli, padri e fratelli…
E questo mi rende felice perché, più grande è la mia famiglia di sconosciuti, più io sento di appartenere al mondo e che il mondo appartiene a me.