CIAO GIULIA, E’ PASSATO UN ANNO DA QUANDO HAI ABBANDONATO LA MIA MANO

DI LUDOVICA PALLAVICINI
Giulia,
Ti scrivo, te l’ho promesso così stanotte quando il troppo silenzio non ti farà dormire mi leggerai non ci siamo mai raccontate storie noi due e non voglio iniziare ora non mi crederesti se lo facessi, il mio rincorrermi fuori da questa clinica immersa nel verde in una Milano freddissima  quasi a fine maggio mi suggerisce di prendermi  un attimo di pausa.
A testa in giù, hai guardato il soffitto e mi hai spiegato che secondo te era per questo che a sollevarti un po’ ti girava la testa, ma va?  Non reggi le differenze  le distanze nemmeno mi dici che sono incredibile nel mio sorreggerti, anche con le parole silenziose  quasi le parole non fossero altro che una pretesa forzata di sopravvivenza.
Questo mio scriverti vorrei che lo vedessi  un po’ come una dedica, o un ricordo, o qualcosa che ci assomigli senza dirlo fino in fondo diciamo una carezza  diciamo un sorriso prima d’addormentarsi  diciamo che certe cose, se si lasciano un po’ in sospeso, acquistano un sapore speciale, il sapore delle nuvole la sera, o delle lucciole, o dei fiori che t’accarezzano le gambe quando corri in un prato è un indefinito che fa bene. Le distanze invece no, quelle non le so digerire, quelle non servono ad andare avanti.
Hai detto: “siamo lo stesso filo”.
Ho paura,  se dovessimo diventare anche distanze ogni filo ha un inizio ed una fine intrecciati e uguali, ma lontani dall’altro capo del mondo me ne hai messa in mano un’estremità, hai preso l’altra, hai detto che ci saremmo incontrate in qualche modo, che ci saremmo ritrovate, sempre in qualche modo, là in mezzo, io mi chiedo quale modo, ma in quale modo ci si salva?, agli appuntamenti non si manca mai, si ritarda al massimo, ma a questi appuntamenti non si manca mai.. Insegnami ad accettare il modo devo solo riuscire a districarmi un attimo.
Ora io non voglio dire che mi ci son persa, là al centro della matassa aggrovigliata, e non voglio nemmeno dirti che mi son fermata o stancata solo, che capitano dei giorni che non so più da che parte andare mando in tilt anche il navigatore che è un po’ come perdersi, ma so ancora chi sono, ho ancora le mie mani intrecciate alle tue e i miei contorni, ho tutto quello che è mio e che non mi ha tolto nessuno mi mancano, a volte, le direzioni.
Ho solo tanta paura  di non avere tempo, è talmente poco che non basterebbero nemmeno tutte le corse del mondo e il fiato che non ho per raggiungerlo.
Sai, ti ho sognata crollava un tetto ti tenevo su
forse è questo il modo credo ognuno abbia il proprio
non voglio dirti di aspettarmi, ma quando arrivo, ti prego, se puoi, non fare che io arrivi da sola, dormi  ora, io domani torno