MORIRE PER DANZICA

DI FLAVIO FUSI

È già calato il silenzio su Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica ucciso a coltellate. Eppure, il suo omicidio – o sarebbe meglio dire il suo sacrifico – ha molto da dirci sul futuro dell’Europa e sulla colpevole clima di indifferenza nel quale la stiamo uccidendo
Nei tempi feroci che stiamo attraversando, nemmeno la morte violenta di un giusto si sottrae all’oblio quotidiano delle nostre umane ragioni. Così la terra di un anonimo cimitero polacco si è subito richiusa su Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica, ucciso a coltellate – quasi una pubblica esecuzione – durante un evento di beneficienza, il 13 gennaio scorso. Troppo impegnati a commentare la quotidiana disfida ingaggiata dal nostro governo sovranista con le avanguardie straccione della “sostituzione etnica”, i nostri giornali hanno frettolosamente segnalato l’evento, deplorato i frutti dell’odio, infine registrato in cronache di poche colonne la grande e dolente manifestazione di cordoglio che ha raccolto a Danzica decine di migliaia di persone. Eppure, questa morte e questa vita racchiudono una tale quantità di simboli e richiamano significati così densi, che possono aiutarci a decifrare l’incerto presente della comune casa europea.

Intanto, Pawel Adamowicz era un uomo coraggioso, e – proprio perché coraggioso – era un uomo solo, nel gregge di codardi che oggi affollano il teatro politico del continente. Contro venti e maree, Pawel Adamowicz ha avuto il coraggio di affermare che Danzica – la città dei cantieri navali spalancata sul Mar Baltico, terra di tedeschi, polacchi, scozzesi, olandesi – è un “porto aperto al mondo”: ai migranti, alle idee, alle multiformi diversità. Un porto accogliente, un emporio di pacifiche etnie, dentro un’epoca di porte sbarrate, di catene e lucchetti e filo spinato.

E non si capisce l’uomo Pawel Adamowicz se non si intende la storia della sua città come metafora del nostro presente. Nel ’39 Danzica fu tradita, e questo tradimento preparò la catastrofe del secondo conflitto mondiale. Le tremebonde democrazie europee, per non rischiare una guerra con il Reich, consegnarono a Hitler la città allora contesa tra Polonia e Germania. Da Londra a Parigi, le cancellerie non volevano “morire per Danzica”, e in cambio della rinuncia ebbero la guerra, milioni di morti, e un continente ridotto in macerie.

Questo rifiuto è diventato da allora un sinonimo di cieca pavidità. Bisognerà al contrario “morire per Danzica”, come aveva compreso e praticato il sindaco di questa città generosa. Bisognerà difendere le ragioni dell’umanità contro la barbarie, le ragioni del molteplice umano contro l’egoismo delle “piccole patrie sovrane”, il primato di un nuovo illuminismo europeo contro la risacca dell’ oscurantismo.

Pawel Adamowicz era un figlio della migliore storia polacca. Troppo giovane nel 1980, ai tempi dei primi scioperi nei cantieri navali e all’origine del sindacato libero Solidarnosc, da studente universitario fu invece uno dei protagonisti delle lotte del 1988, che sfociarono nella Tavola rotonda e nelle prime elezioni libere dell’estate dell’89. Il muro, prima ancora che nel fatale novembre berlinese, aveva cominciato a crollare nel caotico giugno polacco.

«Stiamo costruendo oggi la Polonia dei nostri nipoti», dichiarò allora un esultante Jacek Kuron. Quanto la Polonia di oggi abbia tradito quelle speranze, lo testimonia la cronaca di questi ultimi anni. La destra polacca, guidata dal partito Diritto e giustizia, ha trasformato il Paese in uno Stato sempre più illiberale e anti-europeista. Il revisionismo storico, l’asservimento dell’informazione, il tallone di ferro sulla giustizia, la riscrittura dei diritti civili, la negazione delle libertà e delle diversità sono caposaldi di una vera e propria mutazione antropologica dell’ antico Paese. C’era una volta la Polonia: di questa involuzione tragica, il sindaco di Danzica è stato testimone consapevole ma non rassegnato.

Oggi infine possiamo dire che Pawel Adamowicz era un uomo morto prima ancora del suo pubblico sacrificio. Nulla di nuovo sotto il sole: i gruppi di estrema destra e i media filo-governativi hanno a lungo preparato l’esito sanguinoso di questo corpo a corpo con un uomo solo. Due anni fa, la sentenza: dopo alcune sue dichiarazioni a favore dell’accoglienza dei migranti in città, al sindaco di Danzica la Gioventù polacca, organizzazione ultranazionalista e fascista, aveva recapitato un «Certificato di morte politica». Dove “politica” era solo un patetico eufemismo.

Oggi, la missione è compiuta. Dell’omicida, di Stefan Wilmont, l’uomo che è balzato sul palco per assestare l’ultimo colpo, la storia non serberà ricordo. Era “disturbato”, era “pazzo”, ha scritto la stampa genuflessa al regime. Ma anche in questa morte Pawel Adamovicz ci lascia un ultimo avvertimento: i fanatici e i seminatori di odio troveranno sempre un pazzo di Dio pronto ad affondare il coltello.