ITALIA/ GERMANIA: QUERELLE SULLA ESECUZIONE DELLA SENTENZA THYSSENKRUPP

DI MARINA NERI

Nessuno tocchi Caino, sacrosanto principio del diritto di ogni consesso civile.

Però Caino sconti la sua pena, paghi il suo debito, altrimenti il sangue di Abele macchiera’ ogni verdetto.

Dodici anni non estinguono un dolore, non smorzano un urlo che incessante chiede giustizia e la chiede nei modi e nei tempi del diritto, nella pacata dignità di chi è sopravvissuto, di chi resta a proseguire una battaglia in nome di chi non ha visto la nuova alba di un giorno di dicembre.

Era notte, quella fra il 4 e il 5 di dicembre del 2007. Venti giorni a Natale, in un clima lavorativo non proprio idilliaco.

La Thyssen aveva presentato un piano industriale qualche mese prima, prevedeva la chiusura dello stabilimento di Torino.

La decisione, stante alle carte processuali, avrebbe fatto derogare alle normali procedure di garanzie dei lavoratori e di manutenzione.

Un rogo, un maledetto rogo e poi l’inferno di olio bollente a cancellare sette vite. Spazzate via dall’incuria e dalla negligenza. Schiavone, Demasi, Laurino, Scola, Rodino’, Marzo, Santino.

Mariti, padri, figli a non avere più un Natale. Un unico superstite, Antonio Boccuzzi a celebrare,assieme ai familiari dei deceduti, udienza dopo udienza, un calvario durato dodici anni.

Nel 2016 la sentenza della Cassazione aveva confermato le condanne inflitte nel secondo processo d’appello di Torino nei confronti dei sei imputati per l’incendio.

I quattro dirigenti italiani erano stati condannati a pene che andavano dai sei anni e otto mesi ai sette anni e sei mesi, sebbene la procura generale avesse chiesto sin dall’inizio la condanna a sedici anni.

I due dirigenti tedeschi, rispettivamente Espenhahn, amministratore delegato del gruppo, condannato in via definitiva a nove anni e otto mesi e Priegnitz, consigliere del gruppo, condannato a sei anni e 10 mesi, hanno sempre contestato la sentenza italiana e hanno rivendicato il diritto di scontare i loro anni di carcere in Germania.

I quattro responsabili italiani si sono subito consegnati per scontare la pena. I due tedeschi, invece, si sarebbero sempre sottratti alle loro responsabilità, rifiutando le conclusioni processuali italiane.

Il momento dell’esecuzione della pena, quando le responsabilità sono accertate e definitive, è quello in cui dovrebbe sedarsi il dolore, tacitarsi ogni dilemma, placarsi ogni rabbia.

Caino sconta la sua pena certa, tesa alla rieducazione ed Abele, finalmente, riposa in pace confortato dalle braccia della donna bendata.

Ma il fuoco pare non volere abbandonare la vicenda, neppure gli estintori della giustizia riescono a mettere la parola fine ad una annosa e triste questione.

La sentenza della Cassazione che condanna i responsabili per omicidio colposo plurimo deve essere eseguita in Germania nei confronti dei due tedeschi che avevano fatto richiesta in tal senso.

Ma dal 2018 sembrerebbe che l’esecuzione vada a rilento.

Un servizio delle Iene avrebbe portato alla ribalta la questione.

Parrebbe dall’inchiesta giornalistica che i due tedeschi avrebbero usato l’escamotage di scontare la pena nel loro paese per potere sfuggire alla giustizia italiana.

Il giudice tedesco di Essen raggiunto dal giornalista delle Iene avrebbe dichiarato che i legali tedeschi dei due avrebbero presentato una mozione per fare revisionare la sentenza italiana. Secondo i legali, infatti, il procedimento seguito in Italia sarebbe imperfetto, non eseguito correttamente.

Queste dichiarazioni hanno generato quasi un incidente diplomatico.

Raggiunto il ministro Bonafede avrebbe dichiarato di avere ricevuto rassicurazioni dalla sua omologa tedesca. Il ministro teutonico avrebbe concordato sul fatto che ogni volta che i diritti vengono violati debbono essere risarciti pur non potendo ingerire nelle sfere di potere della magistratura.

Intervistato il giudice di Essen chiamato a decidere sulla mozione, avrebbe dichiarato” quando questo caso è arrivato nei nostri uffici abbiamo scoperto che mancavano dei documenti. Erano documenti relativi alle sentenze italiane che le autorità tedesche dicevano di avere perso..”

Ne è scaturito un vespaio di polemiche con prese di posizione e il legittimo risentimento del superstite e dei familiari delle vittime.

Occorre, tuttavia, evidenziare alcuni aspetti essenziali al momento non emersi.

La sentenza penale emessa da uno stato dell’Unione Europea non necessita di essere formalmente riconosciuta, discendendo la sua esecutività direttamente dalla legge interna degli stati.

La regolamentazione della esecuzione della sentenza estera nell’ambito comunitario, pertanto, è vincolante per tutti gli stati membri. L’iter in Italia è complesso ed è previsto dagli artt. 742 e seguenti del codice di procedura penale combinati con le norme delle direttive e dei trattati europei regolanti la materia.

È importante richiamare alcuni passaggi.
L’esecuzione della sentenza all’estero deve essere promossa dal Ministro della giustizia che deve inviare l’istanza al Procuratore generale della Repubblica per l’attivazione del procedimento dinanzi alla Corte di appello nel cui distretto è stata pronunciata la condanna.

È necessario che il condannato, reso edotto di tutte le ipotesi inerenti l’esecuzione, presti il suo consenso, che una volta reso, è irrevocabile.

La Corte di appello, che in questo caso non può entrare nel merito della sentenza, emette verdetto sulla inesistenza di ipotesi ostative alla esecuzione all’estero.

Poi, le modalità di esecuzione sono disciplinate dallo stato estero in cui la sentenza dovrà eseguirsi.

Quindi, la funzione prettamente punitiva passa dallo stato ove la condanna è stata emessa allo stato dove questa deve eseguirsi.

Se la durata e la natura della pena applicate con la sentenza di condanna sono incompatibili con quelle previste dallo stato che deve darne esecuzione reale,( come nel caso Thyssen) il Tribunale di riferimento procede al loro adattamento secondo il proprio diritto interno.

Questo è l’iter che si sta seguendo in Germania, e sarebbe stato il medesimo a parti invertite e in qualsiasi altro paese dell’unione.

Anche l’adattamento della pena stabilita dalla Cassazione alla pena massima ( 5 anni) prevista per lo stesso reato in Germania è un elemento codificato e previsto dal codice italiano e dai trattati comunitari.

Sicuramente complessa è,quindi, la procedura di delibazione che deve tenere conto di tanti adempimenti burocratici.

La lentezza, la farraginosita’ di un sistema che ha singole giurisdizioni senza averne una unica per tutti gli stati, in pieno stile europeistico, comporta alla fine la negazione della giustizia nei confronti delle vittime pur nel pieno rispetto delle regole da parte di tutti gli stati che ne sono attori.

Non si muore una volta sola, anche il cavillo e il tempo da era geologica per definire un iter giudiziale uccidono.

Politica e magistratura dei due stati devono operare sinergicamente adesso perché una giustizia tardiva proprio in questo caso lede persino la memoria.