ELEZIONI IN NIGERIA, RINVIATO L’ANNUNCIO DEI RISULTATI. UN COLOSSO DALLE TANTE DEBOLEZZE

DI ALBERTO TAROZZI

Ultimissime dalla Nigeria. La Commissione elettorale rinvia l’annuncio dei risultati, ufficialmente a domani, e fornisce i dati definitivi di soli due stati su 36, nei quali sarebbe vincitore l’attuale presidente progressista Buhari. Viceversa l’opposizione democratico popolare chiede che sia dichiarato vincitore il suo candidato, l’imprenditore Atiku Abubakar. Il timore è che alla tensione tutta politica di oggi, possano seguire, a partire dalle prossime ore, sanguinosi scontri tra le parti in lizza.

Così stanno le cose. Nigeria al voto significa fare i conti con le contraddizioni dell’Africa intera. I suoi 190 milioni di abitanti coprono il 15% dell’intera popolazione continentale. Solo Cina ed India vantano una demografia più esuberante e va inoltre tenuto conto che, con un 40% della popolazione sotto i 35 anni, il traguardo dei 200 milioni verrà presto superato.

Discorso altrettanto sconvolgente per quanto riguarda l’economia. Pochi ricordano come, agli inizi degli anni ’90, gli esperti sottolineassero come per le nazioni africane fosse proibitivo incrementare il rapporto Pil pro capite.

Alcuni radicali arrivarono a dire che solo una somministrazione a raffica di anticoncezionali, abbassando il numero delle nascite, poteva finalmente regalare una scossa salutare col segno più al rapporto Pil pro capite, la qual cosa poteva essere vera in città. Ma non certo nelle campagne, dove senza razionalizzare l’agricoltura solo famiglie numerose potevano produrre il necessario per vivere e per i piccoli commerci. Comunque sia, negli ultimi anni il panorama è cambiato. In Nigeria la crescita demografica si è infatti accompagnata per 20 anni (1996-2016) ad aumenti continui e consistenti del Pil pro capite, tanto che il recente incremento del solo 1,9% nel 2018 è stato vissuto come un segnale di allarme.

Quadro complessivamente positivo, qualcuno potrebbe pensare. Vietato illudersi, per alcuni dati positivi, quelli che più frequentemente vengono tirati in ballo per metterci in pace la coscienza, ne sussiste una marea di largamente negativi, a partire da una ripresa della disoccupazione che nell’ultimo anno è risalita dall’8 al 23%.

Inoltre, diseguaglianze sempre più stridenti e fonti di conflitto, anche laddove si può registrare qualche successo. Non a caso nel CENTRO della Nigeria, dove pure si è realizzata una certa razionalizzazione dell’agricoltura, si registrano scontri tra contadini e allevatori che si contendono i territori.

Inoltre, a dispetto del decollo promettente di un certo numero di start up anche nel settore dell’hi-tech, la dipendenza dal petrolio, di cui il paese è ricco, si fa sentire anche per i suoi risvolti negativi. E’ stato infatti sufficiente un abbassarsi del prezzo del petrolio su scala internazionale perché l’economia del paese ne risentisse pesantemente. Morale della favola, i dati più recenti relativi allo sviluppo umano della Nigeria (HDI, Human development indicators, del programma di sviluppo delle Nazioni unite) risultano  a dir poco sconfortanti. Quando si tratta di valutare speranza di vita alla nascita+ indice di alfabetizzazione + potere di acquisto dei nigeriani, l’indice che ne risulta, 0,514, è uno dei più miseri dell’intero pianeta.

Ma se l’economia è fatta di qualche luce e di molte ombre, frutto anche di una corruzione dilagante, è sul piano della militarizzazione della politica che si registrano scenari dai colori del dramma. E non si tratta solo delle vecchie pretese di secessione di repubbliche (la Nigeria è una confederazione) ad orientamento religioso cristiano come il Biafra, nel SUD del paese.

Negli ultimi anni, al NORD est, con ben superiore drammaticità, si sono materializzate le imprese militari di Boko Haram, gli integralisti islamici in parte affiliati all’Isis.

Cifre agghiaccianti testimoniano quello che sta avvenendo e che, dopo quella che era sembrata una fase declinante, ha riacquistato negli ultimi mesi il ritmo tragico del passato: c’è chi arriva a parlare di due milioni e mezzo di sfollati nel corso del tempo, provenienti soprattutto dai tantissimi villaggi nel mirino di Boko Haram; 60mila rifugiati in un Camerun che da parte sua deve confrontarsi con le ipotesi secessioniste di una componente anglofona; migliaia di studentesse sequestrate e schiavizzate nel nome dell’integralismo militarizzato; una nazione per larghe fette dei suoi territori ingovernabile tanto da lasciare spazio al decollo di mafie locali talora collegate anche a vecchi riti sacrificali. Recrudescenze si sono avute anche con l’approssimarsi delle elezioni e durante la tornata elettorale si parla di almeno 27 persone uccise.

Le elezioni dunque, luogo e momento in cui misurare la gravità di una crisi, in egual misura economica come anche politico-militare.

Qualche luce, come l’avvicendarsi quasi indolore dei due massimi partiti (Progressisti e Democratici popolari) alla guida del paese negli ultimi anni. Oppure la marcata presenza di candidate donne e anche, sia pure in misura minore, l’affiorare di una fascia di politici di età relativamente giovane. E ancora il relativo equilibrio delle componenti religiose (entrambe le liste propongono un premier musulmano e un vice cristiano).

I due capi partito che si affrontano però sono politici di lunghissimo corso: Buhari, ex generale di 75 anni, per i progressisti e Abubakar, 71 anni, per i democratici popolari. Il primo più affidabile sul terreno dell’anticorruzione, ma che spesso ricorre ad immagini forti quando si tratta di esternare i suoi orientamenti in materia di un ordine pubblico sul cui mantenimento non ha eccessivamente brillato, a dispetto delle promesse; il secondo maggiormente orientato alle privatizzazioni e ad atteggiamenti da manager, quale egli è, ma con qualche peccatuccio sul piano della credibilità personale legato al sospetto di detenzione di fondi illegali negli Usa. L’opposizione avanza anche sospetti su un precedente rinvio delle elezioni all’ultimo momento, che potrebbe abbassare il numero dei votanti ed avvantaggiare i governativi.

Risultati sul filo del rasoio, proclamazione rinviata, dopo elezioni come incognita. Per spuntarla indispensabile il conseguimento del 25% dei voti in 24 stati su 36.

Le grandi potenze, Ue, Cina, Usa alla finestra, in attesa dei risultati che consentano loro di schierarsi solo dopo avere individuato il candidato più conveniente. Ma si tratta di potenze che hanno già le mani in pasta sulla ricchezza del paese. Nessuno dei due candidati, se vincente, potrà fare i conti senza la loro ingombrante presenza.