LUNGA VITA ALLA RIVALITÀ TRA SOFIA GOGGIA E FEDERICA BRIGNONE

DI MASSIMILIANO GALLO

Non è l’ottimismo il sale della vita, come recitava Tonino Guerra in un celebre spot pubblicitario. Ma è la rivalità. Almeno così è nello sport. E a metterlo nero su bianco, in un libro uscito qualche anno fa, fu Mario Cotelli, artefice della celebre valanga azzurra di sci. Quella di Gustav Thoeni e Piero Gros, per capirci.

Nel suo libro, intitolato ovviamente “La valanga azzurra”, scrive: «Ogni giorno crescevano le rivalità e l’antagonismo tra atleti. Nello sci, sport individuale in cui ognuno si batte contro il cronometro, la motivazione è rappresentata soprattutto dalla rivalità che si genera tra gli atleti che appartengono allo stesso team e che moltiplica la determinazione per battersi a vicenda. Questo a differenza degli sport di squadra nei quali il risultato dipende dalla capacità dei singoli di fare sistema aiutandosi l’un l’altro da buoni amici o passandosi la palla, come nel calcio per esempio».

Una lezione di psicologia dello sport. Cotelli prosegue: «Difficile gestire un gruppo in cui gli atleti non sono “amici” ma concorrenti e dove la situazione di rivalità costante e continua funge da acceleratore per risultati sempre più importanti. Come dimostra la vera storia della Valanga Azzurra e soprattutto la forte rivalità agonistica dapprima tra i cugini Thoeni, Rolly e Gustavo, iniziata fin dalle prime gare da bambini, e poi tra Thoeni e Gros. Le più esaltanti performance di Gustavo, che non accettava di perdere nemmeno a briscola, sono state fortemente motivate dalla volontà di riuscire a sopravanzare Pierino. Come quando Thoeni, dopo la prima manche chiusa all’ottavo posto (St. Moritz 1974 e Sun Valley 1975) con un distacco apparentemente incolmabile, oltre un secondo e 70 centesimi da un Pierino saldamente in testa, sfoderò nella seconda manche una prova magistrale motivata solo dalla determinazione di non farsi battere dal compagno di squadra».

Sono poche righe eppure è una sorta di trattato. Vero negli anni Settanta. Vero negli anni Duemila, quasi cinquant’anni dopo. Stesso sport, lo sci alpino. Stavolta non si tratta di uomini. Sono due donne che nutrono una rivalità che le spinge a migliorarsi. Federica Brignone, figlia d’arte: sua madre Ninna Quario era una slalomista dei primi anni Ottanta, vinse quattro gare di Coppa del mondo. Un’atleta completa, molto tecnica ma che non disdegna la velocità. Stilisticamete ineccepibile. L’altra è Sofia Goggia una forza della natura, irruenta, spericolata, coraggiosa. Lindsey Vonn l’ha nominata sua erede. Un uragano che è esploso due anni fa mettendosi di prepotenza al centro della scena. Quella scena che in Italia aveva fondamentalmente una reginetta: Federica appunto.

Inevitabile la nascita di una rivalità. Condita anche da qualche frase velenosa, apparentemente fuori luogo. Che invece rilevava l’umana sofferenza e anche lo stimolo a migliorarsi, come scriveva Cotelli. Non c’è nulla di male nel punzecchiarsi, nel soffrire la compagna di squadra. Anzi.

È e sarà una rivalità che farà bene allo sci italiano e ad entrambe le atlete. Ne abbiamo avuto dimostrazione anche nell’ultimo week-end a Crans Montana. Il sabato, Sofia Goggia ha vinto la discesa libera specialità nella quale lo scorso anno vinse una storica medaglia d’oro alle Olimpiadi. L’indomani Federica Brignone è arrivata prima nella combinata. Non può essere un caso e infatti non lo è. La competizione interna – più o meno sana, non è importante (nei limiti della sportività, ovviamente) – spinge a migliorarsi e ad andare oltre i propri limiti. L’Italia dello sci preservi questa conflittualità sportiva e non la trasformi mai in una melensa amicizia. Altrimenti addio vittorie. Cotelli docet.

Lunga vita alla rivalità tra Sofia Goggia e Federica Brignone