DA VENTENNE LA FAMIGLIA LA VEDO COSI’

DI MARGHERITA GHELARDI

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Conosco persone con una famiglia felice. Madre, padre, figli. Un incastro semplice che funziona senza complicazioni. Si tratta di famiglie tradizionali? Sì.
Quando si sono separati i miei genitori, io avevo due anni. Ho due sorelle nate dal secondo matrimonio di mia madre con un uomo che mi ha cresciuta come un secondo papà e non potrei parlare di famiglia senza citare la compagna di mio padre e suo figlio. Ho avuto la fortuna di crescere con persone che stimo e che mi hanno sempre donato amore.
Si tratta di una famiglia tradizionale? Direi di sì. Ho avuto intorno solo unioni eterosessuali.
Sono stata vicina a bambini e ragazzi distrutti dalla violenza dei divorzi dei genitori. Contesi in tribunale, con padri o madri completamente assenti. Erano famiglie tradizionali? Sì.
Ho accanto persone cresciute con un solo genitore o con i nonni. Sono nati da un’unione tradizionale? Sì.
Parlo di famiglie con storie di vita molto differenti: alcune più felici, altre meno, altre per niente.
Ecco, una famiglia in cui un bambino cresce felicemente, è una famiglia in cui respira amore, presenza e rispetto. Come è evidente, la cosiddetta famiglia naturale non è garanzia di questi principi per il solo fatto di essere “naturale”.
Un bambino -a dire di molti- non è un diritto; ma un bambino ha il diritto di sentirsi amato e desiderato. Io sono sicura che questa capacità prescinda dal sesso di chi cresce un figlio.
Un bambino con due mamme o due papà che cresce in un’atmosfera serena, avrà molte meno difficoltà del figlio di una coppia eterosessuale in cui non c’è dialogo e ascolto.
E non mi si venga a dire che “ha bisogno di una madre e di un padre” perché sappiamo tutti che in molti casi ciò non accade. Ciò di cui ha bisogno sono persone che accudiscano, educhino e amino. Qualcuno che sia famiglia e casa.
Riguardo al principio dell’omosessualità come “malattia” trasmissibile di padre in figlio non mi esprimo nemmeno.
In questi giorni di delirio, ho anche sentito chi ha il coraggio di opporsi all’aborto, come se fosse una tematica sindacabile.
Parliamo del fatto che una donna non possa decidere di non diventare madre perché, giustamente, un ovulo appena fecondato ha un’anima mentre una donna che non desidera la maternità è solo un’egoista.
Come se la gravidanza fosse sempre un dono. Spiegaglielo tu ad un’adolescente. A chi non si può permettere un figlio. Ad una donna che ha subito una violenza.
Che poi, sì al divieto di abortire ma guai a responsabilizzare i giovani al sesso. No all’educazione sessuale nelle scuole! Sia mai che i ragazzi siano informati il prima possibile e non vedano il sesso come un tabù!
Stiamo tornando indietro, invece di andare avanti.
Cito, per concludere, due esperienze surreali vissute in prima persona: anni fa, la Margherita adolescente si trovò ad assistere in una parrocchia alla conferenza di un medico che tentava di demonizzare l’utilizzo della pillola anticoncezionale, insegnando a noi ragazze che si tratta di un metodo per uccidere i feti. E ne convinse parecchie, eh.
Successivamente, ascoltai la testimonianza di una donna che si dichiarava terrorizzata dalla gravidanza, a causa dei cambiamenti fisici e ormonali e dei dolori del parto. Una donna sui 35 anni con già 6 figli, mi pare. Ci congedò con la frase: “nonostante le mie paure, so che ogni volta che rimarrò incinta sarà un dono di Dio”. Ora, venitemi a dire che ognuno dei suoi figli fosse stato realmente desiderato. E ditemi che fosse una sua volontà la prospettiva di averne altri.
Sia chiaro, io non critico il credo religioso. Quella è una scelta personale e degna di ogni rispetto. Però vi prego, cerchiamo di vedere oltre. Anni di lotte per la conquista dei diritti muoiono ogni volta che vi sento parlare.