L’IRAN IN GIOCO TRA TRUMP E PUTIN, UE ALLA FINESTRA

DI ALBERTO NEGRI

I nodi, prima o poi, vengono al pettine. A Teheran, nello scontro tra moderati e ultraconservatori dopo le dimissioni, respinte dal presidente Hassan Rohani, del ministro degli Esteri Javad Zarif, ma anche a Mosca dove oggi si incontrano per decidere sulla Siria e la repubblica islamica iraniana il presidente Vladimir Putin e il premier israeliano Benjiamin Netanyahu.

È difficile oggi scegliere se stare ad Hanoi per il vertice tra Trump e Kim Jong-un o nella capitale russa: forse i due summit non sono poi così lontani. In primo piano ci sono sempre gli armamenti e gli arsenali nucleari, la guerra possibile nell’Estremo Oriente e quella che c’è già nell’Oriente Medio. La differenza, rilevante, è che la Corea del Nord l’atomica ce l’ha, l’Iran no. Anzi Teheran ha firmato un trattato nel 2015 per contenere il nucleare mentre la Corea di Kim negozia con l’atomica in tasca. Trump ha stracciato l’accordo con Teheran sulla spinta di israeliani e sauditi, imponendo nuove sanzioni e mettendo spalle al muro i moderati, mentre oggi sorride al tavolo con Pyongyang che aveva minacciato di disintegrare tra «fuoco e fiamme». Immaginate in che mani siamo.

C’è sempre un doppio standard nella politica internazionale verso Teheran, e l’Europa finora ha fatto poco per correggerlo. La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, aveva deciso di sostenere la linea dell’accordo nucleare di Rohani e Zarif ma il suo appoggio era condizionato a una postilla avvelenata: la capacità dell’Unione Europea di aggirare le sanzioni americane. Alla fine Gran Bretagna, Francia e Germania hanno partorito un meccanismo che però non funziona o stenta ancora a partire. L’Europa, che non vuole uscire dall’intesa – come ha ribadito più volte l’Alto rappresentante Federica Mogherin – è stato un arbitro incapace di fischiare al momento giusto il calcio di rigore contro la squadra dei guerrafondai di Washington e di Tel Aviv.

E così ora il fischietto passa a Putin. I falchi, in apparenza, sembra che in questo momento in Medio Oriente stiano togliendo le penne alle ali delle colombe perché Zarif è stato l’architetto dell’intesa con l’amministrazione Obama e i membri del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania. In realtà a prevalere sarà la ragion di stato e per Putin è un’operazione complessa: insieme agli iraniani e agli Hezbollah libanesi ha sostenuto Assad in Siria ma il leader russo vuole e deve mantenere buoni rapporti con Israele, dove vive un milione di ebrei di origine russa e che rappresenta anche un partner economico e finanziario importante.

Finora Putin è riuscito a mostrarsi comprensivo con tutti: con gli sciiti, avversari degli israeliani e delle potenze sunnite, ma anche con la Turchia di Erdogan – con il quale ieri ha avuto una calorosa telefonata – e con le monarchie arabe del Golfo, clienti di Mosca. Ma adesso l’equazione è complicata anche per il leader del Cremlino.

L’Iran e gli Hezbollah libanesi, nemici giurati di arabi e di Israele, sono stati alleati decisivi per mantenere in sella Assad; e il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, presente all’incontro di lunedì a Teheran tra la Guida Suprema Alì Khamenei e il raìs siriano – a Mosca è tenuto in alta considerazione. Anche perché è lui che non solo ha organizzato le milizie in Siria e in Iraq ma che è stato il vero “dominus” della politica iraniana nella regione. «Iraq, Siria, Afghanistan, sono io che mi occupo di tutto questo», scrisse qualche anno fa in un messaggio al generale Usa Petraeus.

Putin si è affidato ai falchi di Teheran per venire a capo della guerra siriana contro l’Isis e i jihadisti, certo non al raffinato diplomatico Javad Zarif, che dal dossier è stato emarginato. Per questo il premier israeliano Netanyahu ha esultato alle dimissioni di Zarif: finché a Teheran prevalgono i falchi lui ha buon gioco a negoziare sia con Washington che con Mosca. Netanyahu chiede in sostanza alla Russia il ritiro degli iraniani dalla Siria e la fine dei rifornimenti di Teheran e Damasco agli Hezbollah libanesi. Altrimenti minaccia di continuare i raid sulla Siria.

Un partita pericolosa. Teheran ha appaltato alla Russia la sicurezza dei cieli siriani ma ha messo pressione su Putin per la consegna a Damasco del sistema missilistico S-300: nella prospettiva elettorale in cui si trova Netanyahu l’Iran è pronto a ritorsioni e a strumentalizzare le tensioni in Siria. Ecco perché oggi Putin in Medio Oriente è il vero arbitro della pace della guerra.

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