MIA MARTINI UN RICORDO PERSONALE

DI FABRIZIO FALCONI

In questi giorni di giuste rievocazioni del talento e della umanità di una bravissima cantante italiana, Mia Martini, morta il 12 maggio del 1995, vorrei proporre un piccolo ricordo personale, indelebile, che risale agli anni ’70, che forse, alla luce di quel che è successo, spiega qualcosa dello strano e terribile destinoal quale Mia è andata incontro.
Credo con buona certezza che fosse il 1976.
Al Teatro Olimpico di Roma, andava in scena ogni domenica una rassegna che avevano intitolato, non troppo originalmente “Domenica Musica”.
Ci passava però il fior fiore della musica italiana emergente di quegli anni.
Doveva essere il 1976 perché Renato Zero – uno dei cantanti in cartellone – assolutamente sconosciuto all’epoca, cantava Madame(bellissima per altro) e una protoversione di Mi vendo, esibendosi con indosso una calzamaglia nera attillatissima e tacchi alti,  apostrofato in ogni modo dal pubblico di allora, manco fosse la scena di avanspettacolo felliniano.
Mia Martini, Renato Zero e Loredana Berté negli anni ’70
Lui però era coraggiosissimo (oltre che bravissimo) e andava avanti imperterrito.
Quando toccò a Mia Martini – lo giuro, non invento niente – accadde – e fu l’unica volta  di un incidente simile in tutte quelle domeniche alle quali ho assistito – che la “base” musicale misteriosamente si arrestò mentre Mimì cantava.
Fra l’altro accadde in un modo veramente orrendo: la musica si fermò rallentando come quando un giradischi viene spento.
Il pubblico rimase attonito, molti cominciarono a fischiare, la povera Mia sul palco, imbarazzata, continuò a cantare (benissimo) a voce nuda, senza base. Ma non bastò ad evitare i fischi finali.
Questo ricordo mi convinse, anni più tardi, che già da allora, qualcuno che era vicino a lei fomentasse le voci terribili che l’hanno uccisa, provocando questi piccoli incidenti.
Magari per puro divertimento sadico, per cattiveria gratuita. La cosa peggiore che si possa fare ad una persona.
Ciò che è certo è che Mia Martini era uno spirito troppo sensibile, evidentemente, per assegnare a questa crudeltà il posto che aveva nella scala più bassa delle attitudini umane, e oltrepassarla fieramente.
Cosa che non riuscì a fare e che la portò ad una sofferenza evidentemente troppo ingombrante, il che ne fa una vera vittima della stupidità e della cattiveria (dis)umane.