SCIOPERO AMAZON, MA DA SEATTLE PARTE LA RIVOLUZIONE CHE CAMBIERA’ LE NOSTRE VITE

DI ALBERTO EVANGELISTI

Lo scorso 26 febbraio si è svolta una giornata di sciopero che riguarda la filiera di Amazon, il colosso statunitense associato all’e-commerce mondiale. Nel 2017 si era già assistito a scioperi, in quel caso relativi ai centri di smistamento e logistica; in questo caso invece a far sentire la propria protesta sono stati i corrieri addetti alla consegna dei pacchi. Si tratta in realtà di dipendenti di società differenti da Amazon che, ad eccezione che per gli Stati Uniti e l’UK, non effettua direttamente le proprie consegne, tuttavia non cambia di molto il senso dei disagi espressi dal personale e da associazioni sindacali: ritmi di lavoro eccessivi, controllo continuo del lavoratore, mancato rispetto delle tutele.

Dal canto suo, Amazon risponde punto su punto, specificando come le alle società della propria filiera è richiesto il rispetto della normativa e che la stessa “casa madre” effettua continui audit per verificare il concreto rispetto delle regole; che, inoltre, non è vero che i ritmi di lavoro sono insostenibili ed i turni superano l’orario lavorativo, si tratta di semplice ottimizzazione del lavoro che, anzi, consente il fatto che il 90% dei loro corrieri termini le consegne previste prima delle 9 ore di turno.

A prima vista nulla di nuovo, da “Tempi moderni” ad oggi, passando per le proteste alla FIAT che tanto incisero sulla nascita dello statuto dei lavoratori: una multinazionale che, in nome dell’efficienza, adotta soluzioni sempre più invasive per controllare i propri dipendenti da un lato, la lotta fatta in nome dei diritti e delle rivendicazioni dall’altro. E forse, almeno in parte, è veramente tutto riconducibile solo a questo.

Ma Amazon non è semplicemente la versione on line di un centro commerciale o una “ditta di spedizioni” di livello globale; la creatura di Jeff Bezos rappresenta piuttosto, con ogni probabilità, il punto di svolta dell’industria mondiale, del commercio e non solo, con conseguenze paragonabili a quelle che ebbe l’introduzione della macchina a vapore o l’avvento di Internet.

Per capire di cosa si stia parlando occorrono prima di tutti alcuni numeri che inquadrino le dimensioni del colosso.

Amazon vanta attualmente un patrimonio netto di 43,549 ed una disponibilità di cassa di 17,75 miliardi di dollari, cosa di per se impressionante. Nel periodo 2016-2018 il fatturato è aumentato del 71,26% ed il margine operativo lordo è passato da 12,3 a 27,76 miliardi di dollari. Ad inizio 2015 le azioni Amazon si assestavano attorno ai 300 dollari; oggi valgono circa 1.600 dollari, con picchi nei mesi scorsi superiori ai 2.000. Lavorano direttamente per la società più di 560.000 persone nel mondo, più di 500 delle quali in Italia

Secondo il ranking 2018 di Brand Finance, l’agenzia indipendente di consulenza strategica e di valutazione marchi più importanti del mondo, Amazon sarebbe il marchio dal maggior valore economico al mondo, davanti ad Apple e Google, con un incremento in un anno il proprio valore del 42% per un totale di 150,8 miliardi di dollari.

I numeri, di per sé, offrono un quadro decisamente esplicito del rilievo che la società di Seattle si sia ricavata a livello mondiale, ma per capirne l’effettivo impatto sul modello attualmente prevalente di business non bastano, occorre anche capire come Amazon sia diventata il gigante che è attualmente.

Se infatti il tutto è nato come una come una “libreria on line” con i pacchi che, come nella migliore tradizione delle “garage company” americane, venivano assemblati e spediti dal garage di Bezos, attualmente la parte “e-commerce” rappresenta solamente una quota marginale dei profitti della società.

Dando un’occhiata al bilancio aggregato infatti si nota che la quota maggiore di profitti arriva da AWS (Amazon Web Services), ossia la fornitura di servizi web e hosting ad altre società che operino on line, oltre ad una sezione dedicata espressamente all’ IOT (Internet of Things), ossia uno dei segmenti di sviluppo più promettenti dei prossimi anni. Per capirsi, Amazon offre i propri servizi a colossi dell’on line come Netflix, Airb&B e Yelp, oltre che, fra gli altri, a Philips, General Elettric e alle nostre Enel e Tim. Dalla sola AWS giungono circa 27,7 miliardi di ricavi, pari al 58% del totale.

Altri 10 miliardi annui arrivano dalla voce advertising, ossia banalmente pubblicità e posizionamento nel sito: sei un venditor che vuole utilizzare la piattaforma Amazon e vuoi avere un buon posizionamento nelle ricerche sul sito o vuoi che i tuoi prodotti vengano inseriti meglio nella pubblicità che Amazon fa? Ovviamente la cosa ha un costo che si trasforma per Amazon nella seconda fonte di introiti.

La vendita di prodotti di terze parti, ossia tutti quei prodotti non acquisiti e rivenduti direttamente da Amazon ma da terzi che utilizzano la piattaforma e che per tale servizio riconoscono a Bazos & Co. Una percentuale sulla vendita, porta altri 2 miliardi annui.

Quindi, ricapitolando, circa 40 miliardi annui, ossia la quota decisamente prioritaria delle entrate, arrivano per Amazon da voci diverse da quella originaria di nascita della Società.

Oltre a ciò, vanno ricordati i servizi in abbonamento: Amazon Prime su tutti, ma anche Music, Book per la parte audiolibri, Video, per i quali Amazon sta iniziando ad investire somme sempre maggiori nella creazione di contenuti originali, sulla scia del successo delle piattaforme per film e serie TV, prima fra tutte la stessa Netflix.

In pratica, gran parte di ciò che interagisce con le nostre vite, attraverso la rete e non solo (ossia una quota via via crescente delle nostre interazioni complessive), transita in qualche modo dall’orbita Amazon, o perché gestito direttamente, o per i servizi forniti a chi lo effettua in prima persona.

Ulteriore aspetto da considerare è quello legato agli investimenti: il gruppo guidato da Jeff Bezos nel 2017 ha qualcosa tipo 22,6 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo. Per dare l’idea del valore della cifra basti pensare che Amazon è prima fra i colossi statunitensi, ben distante dagli altri competitor del settore tecnologico, con Alphabet, arrivata seconda, che ha speso “solo” 16,6 miliardi di dollari. Seguono Intel (13,1 miliardi), Microsoft (12,3) e Apple (11,6).

Il dato non ha una mera rilevanza economica o fiscale, legata quindi ai vantaggi sulla tassazione che da questi investimenti Amazon riceve; l’aspetto più significativo è che stiamo parlando della prima società al mondo che, contestualmente, è anche quella che investe maggiormente nella ricerca e sviluppo e che, quindi, con tutta probabilità è destinata a crescere ancora e ad avere una influenza sempre maggiore nel commercio mondiale.

Tutto questo per dire cosa: che Amazon rappresenta la soluzione a tuti i problemi, che le condizioni di lavoro sono ideali e che, comunque, anche non lo fossero, non c’è nulla da fare per deviare il corso degli eventi?

Ovviamente no. Amazon è un universo in cui il numero delle opportunità è pari probabilmente al numero delle contraddizioni.

Tanto per fare un esempio, nel valutare l’effetto benefico sul mondo del lavoro delle assunzioni, bisognerebbe effettuare una valutazione al netto delle controindicazioni che invece ne derivano nel settore del commercio tradizionale: i negozi di quartiere hanno subito nel tempo la pesante concorrenza dei supermercati, questi sono stati a loro volta messi in difficoltà dai centri commerciali che, da ultimo, stanno subendo l’attacco dei sempre più presenti outlet-village. In questa sorta di catena alimentare, in cui pesce grande mangia pesce piccolo, attualmente l’e-commerce in generale e Amazon in particolare, stanno assumendo il ruolo di pesce più grosso, con forte timore che, in questo caso, il rischio sia quello, nel lungo periodo, di una scomparsa generalizzata di ogni altra specie.

Tuttavia, pensare di tutelare i diritti dei lavoratori nella partita di oggi, con gli stesi mezzi di 50 anni fa e, peraltro, anche con gli stessi obiettivi, rischia di essere inutile se non dannoso, prima di tutto proprio per le classi che si intende tutelare.

Probabilmente sarebbe necessaria alla base una valutazione attenta del processo di cambiamento a cui stiamo assistendo, tanto nel mondo del lavoro quanto nella vita quotidiana, in modo da, se non capire almeno intuire, la direzione in cui il mercato, ma prima ancora la tecnologia applicata al quotidiano, stanno spingendo il mondo del lavoro, in modo da evitare di subire il cambiamento in maniera passiva e, dove possibile, indirizzarlo verso una qualità della vita e del lavoro migliore.

La sfida è tutta qui: governare la potenza del fiume e trovare il modo per sfruttarla, o annegare tentando di nuotare contro corrente.