LA CASA DI JACK. VON TRIER SI SCATENA CON DUE ORE E MEZZO DI PURO SADISMO

DI COSTANZA OGNIBENI

Se con “Le Onde del destino” avevate capito che non era un regista facile; se con “Dogville” avete cominciato a pensare che non ha nemmeno tutte le rotelle a posto. Se poi con “Antichrist” pensavate che il suo carico di angoscia avesse toccato il culmine e con “Nymphomaniac” il suo odio per le donne fosse arrivato alla sua massima espressione… Beh, resettate ogni paramentro, perché con “La casa di Jack” Lars Von Trier ha dato il meglio di sé. Che poi non si sa mai se dire il meglio o il peggio. C’è da dire che durante tutta la proiezione – e parliamo di 2 ore e mezzo di pura perversione – non smetti mai di chiederti se sia più sadico lui nei confronti dei suoi spettatori o il suo personaggio. C’è da dire anche che quell’insopportabile regista danese non accetta che non gli si parli dietro, e quindi è lì, che quelle immagini deturpanti e prive di senso te le sbatte in faccia sperando di scuoterti e di farti uscire dalla sala con un senso di odio nei suoi confronti. C’è da riconoscere, tuttavia, – e qui l’odio nei suoi confronti raggiunge il suo apice – che, nella sua efferatezza, nella sua ricerca del disturbante, per non dire deturpante, le intuizioni ce le ha, e anche intelligenti, maledetto Von Trier. E usa quelle immagini, orribili quanto assurde, per veicolare un pensiero che, tutto, sommato, così assurdo non è, ovvero che il mancato riconoscimento di una propria capacità creativa, derivante da quella sfera puramente emotiva utilizzata anche nei rapporti affettivi, specie con le donne, nel caso dell’atroce protagonista – un magistrale Matt Dillon – può portare all’impazzimento.
Ma andiamo con ordine.
Jack è un ingegnere, ma voleva essere architetto. Gli architetti scrivono la musica, gli ingegneri si limitano a leggerla, dice. L’architetto ha l’arte fra le mani, l’ingegnere rappresenta il freddo raziocinio.
E voleva costruire una casa, Jack. E non ci riesce. Rimane sempre lì, incompiuta, mai realizzata. Un’identità mancata? La risposta non c’è, ma quello che succede in seguito, una chiave di lettura può offrirla: Jack comincia a uccidere, a collezionare morti. Li chiama “incidenti” e avvengono tutti nei tragitti stradali alla guida del suo furgoncino rosso. E li racconta a Verge (uno straordinario Bruno Ganz alla sua ultima pellicola), una sorta di guida che inizialmente lo ascolta, poi lo giudica, per trasformarsi, infine, in un allegorico Virgilio che lo conduce in un lungo viaggio verso l’Inferno, in cui venti minuti di puro delirio coronano la pellicola, rimanendo perfettamente in linea con lo stile folle da cui l’autore non si discosta mai.
Jack uccide, dicevamo. Sono soprattutto le donne le sue vittime. Perché deboli? Sarebbe troppo scema come risposta per un film di Von Trier. No, perché stupide. Sono terribilmente stupide le vittime di Jack, donne ingenue che cadono nelle trame da lui ordite senza minimamente immaginare con chi hanno a che fare. Che siano davvero così o che lui le veda così è un’informazione “poco utile ai fini del racconto”, ma ciò che colpisce è che questo benedetto protagonista dopo aver perso creatività e rapporti con le donne impazzisce e diviene un serial killer, per poi fare un lungo viaggio nell’inferno più profondo; rappresentando una perfetta metafora dell’abisso in cui precipita la sua mente.
E se non è intuito questo. Però lo racconta usando un linguaggio splatter, e aggiungendo a queste belle intuizioni dialoghi che non hanno né capo né coda; utili solo a confondere e impastare quanto di intelligente aveva visto.
Ma è Lars Von Trier, e quando ha qualcosa di nuovo da dire, forse vale la pena andare ad ascoltarlo. Anche per poter dire “Non sono d’accordo”.