ELEZIONI IN ISRAELE. NETANYAHU ACCUSATO DI CORRUZIONE E ABUSO D’UFFICIO

DI LUCIANO ASSIN

Dal nostro corrispomdente da Tel Aviv.

 

A meno di 40 giorni dallo svolgimento delle elezioni politiche israeliane e dopo lunghissimi mesi di inchiesta la procura israeliana ha formalizzato al Premier israeliano le accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia per le quali era indagato da diverso tempo.
La difficile e sofferta decisione e toccata all’avvocato generale dello stato, Avichai Mandelblit, fino a poco tempo fa uomo di fiducia di Netanyahu, che ha dimostrato di possedere una robusta spina dorsale in grado di respingere le numerosissime critiche rivoltegli sia da destra che da sinistra.
Bibi avrà la possibilità di controbattere le gravissime accuse nei suoi confronti attraverso un’audizione per poter ribattere ai crimini di cui è accusato. La decisione di Mandelblit era già nell’aria da diverso tempo, le uniche incognite erano il metro di giudizio con il quale sarebbero stati formulati i diversi capi di accusa. Mandelblit, ex segretario personale dell’attuale primo ministro, ha scelto una linea relativamente morbida a dispetto della maggioranza dello staff legale della procura di stato.
La scelta di rendere nota una decisione di tale portata a meno di due mesi dal 9 aprile, la data delle elezioni, ha stravolto non pochi assetti politici di cui Netanyahu dovrà tenere conto se vuole rimanere ancora in sella. I futuri scenari politici sono numerosi , alcuni più probabili degli altri, ma tutti da prendere in considerazione.
La più auspicabile dal punto di vista dell’apparato e della credibilità politica israeliana:
Netanyahu presenta le sue dimissioni in cambio di un patteggiamento che porti all’archiviazione dei capi d’accusa. Un’opzione attualmente inesistente, ma Bibi dovrebbe fare tesoro del passato: l’ex presidente dello stato Moshe Katzav, accusato di molestie sessuali quando ancora era un ministro, finì in galera proprio per aver rifiutato una proposta simile.
Netanyahu vince le elezioni ma non riesce a formare una coalizione, scenario più che possibile.
Netanyahu vince, ma non riceve l’incarico di formare una coalizione da Reuven Rivlin, l’attuale Presidente dello stato, poco propenso a facilitare il potere politico di Bibi.
Netanyahu perde, ma non si ritira dalla vita politica e tenta, dai banchi dell’opposizione, di tenere in vita quanto rimane del suo carisma e delle sue indiscusse doti politiche. Paradossalmente molti ministri del Likud, il partito al potere, non sono per niente contrari ad una sconfitta, preferibilmente di misura in queste elezioni. Fatto fuori l’attuale premier, ci sarebbe finalmente spazio per creare una nuova classe politica, tenuta perennemente fuori dalle fobie paranoidiche di Bibi, convinto di essere circondato da ministri incompetenti, infidi e poco fidati.
“Una legislazione all’opposizione non potrebbe che farci bene” ha dichiarato off the record un alto ministro del Likud, “torneremmo più motivati, energici e assetati di potere”, tutte cose che mancano in questo momento.
L’alternativa al potere del l’attuale governo esiste e si chiama Benny Gantz, un ex capo di stato maggiore, totalmente a digiuno dal punto di vista politico, ma molto considerato per il suo passato militare e per la sua integrity. Gantz è riuscito a formare un partito molto eterogeneo ma in grado di rivolgersi a numerosi strati dell’elettorato, attualmente conduce nei sondaggi, un dato abbastanza marginale visto l’incapacità di colpire nel segno dimostrata nelle ultime elezioni.
In Israele le elezioni vengono vinte non da chi è ben quotato, alla fine la spunta chi fa meno errori. Gantz è cosciente di questo fatto e, intenzionalmente, rilascia dichiarazioni molto ambigue sul suo credo politico. Anche sul fatto di potersi unire a Netanyahu, per poter formare una grande coalizione più moderata dell’attuale governo di destra, non si è pronunciato in modo netto, lasciando così la porta aperta a tutte le eventualità.
Netanyahu può sempre contare su uno zoccolo duro che lo seguirà ciecamente in qualsiasi momento, ma a giudicare dalla situazione attuale, i numeri a sua disposizione potrebbero rivelarsi insufficienti. Molto dipenderà dai suoi attuali alleati e all’orizzonte si profila un nuovo pericolo: il deal del secolo di Donald Trump, la soluzione americana che dovrebbe risolvere una volta per tutte il conflitto fra israeliani e palestinesi. Una patata bollente che nessun candidato alla presidenza del consiglio vorrebbe avere fra le mani.