ALGERIA IN PIAZZA CONTRO IL “MONARCA” BOUTEFLIKA. INTERVISTA A TAHAR LAMRI

DI ALBERTO TAROZZI

Esplode come un fulmine a ciel sereno la protesta ad Algeri. Ieri il dramma, con la morte di un manifestante. Per un attacco cardiaco secondo le fonti governative. Secondo i familiari della vittima (figlio di un leader della rivoluzione algerina) alla morte non è estranea la responsabilità delle forze dell’ordine. Una morte di grande rilevanza simbolica. Il padre della vittima (Benkhedda), durante la rivoluzione, aveva rappresentato quell’ala di rivoluzionari (il GPRA) che sosteneva la prevalenza dei politici sui militari. In contrapposizione all’ala dei “militari” facente capo proprio a Bouteflika e Boumedienne e al futuro presidente Ben Bella.
Le piazze sono piene di persone che si oppongono alla ricandidatura, per la quinta volta, dell’attuale presidente, l’ultraottantenne Bouteflika, gravemente malato.
Sconcertata la maggioranza degli osservatori occidentali. Ne abbiamo parlato con Tahar Lamri, scrittore e commediografo algerino da lungo tempo in Italia, che rappresenta una delle voci più affidabili per l’interpretazione della questione algerina, oggi.

Domanda. Partiamo dalle manifestazioni. Qualcosa di eccezionale nel panorama algerino?
Risposta. Non del tutto. Nel 2001, per esempio, avevamo assistito alla scesa in campo dei Cabili con un milione di persone in piazza. Senza dubbio però, la protesta di questi giorni ha messo in mostra obiettivi non consueti in Algeria e per molti versi anche nelle realtà nordafricane.

D. Qualche cosa a che fare con un ritorno di fiamma delle primavere arabe?
R. Poco o nulla. Già anni addietro quel movimento , pure avendo visto la piazza algerina tra le prime a muoversi, sul finire del 2010, si era poi risolto nel paese nel giro di un paio di giornate. In questi giorni poi le ragioni della protesta sono abbastanza singolari. Pure se il riferimento alla corruzione dei gruppi di potere può esprimere qualcosa in comune con altri tempi e altri luoghi.

D. Quali allora le caratteristiche delle manifestazioni di questi giorni?
R. Cominciamo dagli slogan: viene sottolineato come il momento unificante della discesa in piazza sia sintetizzabile in tre frasi. “Niente quinto mandato”. “Non siete una monarchia”. “Non avete più la legittimità della generazione rivoluzionaria”.

D. Sembra dunque che la componente generazionale sia consistente. E’ davvero così?
R. Stando a quanto avvenuto finora, decisamente sì. Pensiamo che in Algeria la stragrande maggioranza della popolazione è in età giovanile. Paradossale che il potere, per il quinto mandato consecutivo, debba rimanere nelle mani dell’ultraottantenne presidente che, pur con un grande passato, è gravemente malato e da anni non è nemmeno in grado di parlare (un problema anche dal punto di vista costituzionale). I manifestanti, tanti i giovani, molte le donne, sostengono che sia ormai nelle mani di un ristretto gruppo di familiari, nonché appoggiato da quegli imprenditori che furono avvantaggiati dalle sue scelte politico economiche. Seri dubbi sulla sua presentabilità circolano anche tra i militari che gli restano fedeli, una forza d’urto di mezzo milione di persone sui 42 milioni di algerini. Si tratta sostanzialmente di un movimento che in larga parte sarebbe disposto a riconoscere i meriti passati del presidente, ma che pure converge sulla parola d’ordine “Se ne deve andare”. Alcuni sostengono anche, sulla base delle sue dichiarazioni di qualche anno fa, che se Bouteflika fosse lucido rinuncerebbe alla competizione elettorale. Per questo molti ritengono che il presidente sia di fatto un ostaggio inconsapevole di una cricca che ne sta danneggiando l’immagine.

D. Ma allora perché non attendere le elezioni? Potrebbe essere nelle urne la chiave di volta di un cambio della guardia.
R. Non è detto. Il ricordo di scelte politiche che avevano suscitato largo consenso è ancora vivo nel paese. Non solamente tra gli imprenditori che ne hanno beneficiato, ma anche tra i sindacati e tra larghi strati della popolazione. Gli anni d’oro del petrolio a 115 $ sono stati sfruttati come si deve. Grandi strutture ospedaliere e universitarie. Istruzione gratuita. Costruzione di un vasto numero di case popolari riscattabili a prezzi irrisori. Spese intorno ai 30 miliardi annui di $ per sovvenzioni alimentari e welfare. La gente lo ricorda bene e potrebbe influire al momento del voto.

D. Poi, però, col vertiginoso calo del prezzo del petrolio, le cose sono cambiate. Anche il consenso ne avrà risentito.
R. Sicuramente non ci sono più state le spese degli anni d’oro, ma la situazione non è precipitata come altrove. Teniamo presente che il debito del paese era già stato completamente azzerato, al punto che, nel 2013, l’Algeria si è permessa di prestare soldi al FMI. Questo ha consentito allo stato di battere moneta per destinarla alla spesa per investimenti, senza che l’inflazione ne risentisse in termini significativi. Oggi l’Algeria è autosufficiente dal punto di vista alimentare e si registra anche un fondamentale trasferimento di acqua per l’agricoltura. Detto questo non è affatto sicura una vittoria del presidente attuale. Anzi, le opposizioni temono fortemente pesanti brogli elettorali. Il punto è sempre quello: Bouteflika nelle mani di una banda che intende perpetuare un sistema di potere obsoleto. Abbattere quel sistema è il vero obiettivo delle proteste di questi giorni.

D. Come andrà dunque a finire?
R. Difficile indovinare. Il Bouteflika degli anni migliori aveva costruito un sistema istituzionale capace di mantenere in equilibrio il quadro politico del paese. Gli stessi militari, fino a ieri, si erano mossi con prudenza. Anche i manifestanti avevano sconfessato episodi di violenza ed erano andati a ripulire le strade là dove si erano verificati dei danneggiamenti. La tensione, dopo la morte del manifestante, è diventata molto forte e non si può scommettere sul futuro. Oggi, 3 marzo, è la data di scadenza per la presentazione delle candidature. Vedremo come si comporterà il presidente.

[AGGIORNAMENTO: Bouteflika, ricoverato in una clinica di Ginevra, ha infine depositato nelle ultime ore la propria candidatura tramite un suo rappresentante].

D. Resta da chiarire il quadro delle relazioni internazionali, che nel resto dell’Africa mediterranea, come in Libia, hanno giocato un ruolo destabilizzante. Dopo la crisi libica, l’Algeria ha assunto, in particolare per l’Italia, una rilevanza sempre maggiore per l’approvvigionamento del gas. La visita della nostra ministra della difesa ad Algeri risale ad una settimana fa. Cosa pensarne?
R. Anche sul piano internazionale la politica algerina ha saputo mantenere un notevole equilibrio. Dopo gli anni 90, caratterizzati dalla presenza di un terrorismo che poteva avere sponde oltre confine, va evidenziato come l’Algeria sia stato l’unico paese sunnita a mantenere buone relazioni con l’Iran. La rete dei contatti internazionali comprende sia la Francia che la Cina, la Russia come gli Stati Uniti. Gli algerini non dimenticano poi i buoni rapporti con l’Italia e con l’Eni, prima e dopo la morte di Mattei. Rapporti che coinvolsero anche l’FLN ancora in guerra con la Francia e che proseguiranno in tempo di pace: quando la produzione algerina di idrocarburi si avvalse dell’apporto decisivo dei tecnici e di un know how totalmente made in Italy.

D. Anche con la Libia i rapporti erano ottimi, ma poi sappiamo come sia finita.
R. Sì, ma in Libia il potere era concentrato nelle mani di un leader. Ucciso Gheddafi tutto tornava in gioco. In Algeria la rete delle istituzioni è molto più solida e articolata . Distruggere questi equilibri pensando di trarne qualche vantaggio sarebbe un’operazione ad alto rischio per chi volesse approfittarne.

Grazie Tahar e speriamo bene. Visto anche che i primi a patirne le conseguenze saremmo noi italiani, che già non ce la stiamo cavando gran che bene.