IL PATTO DIABOLICO DI BOUTEFLIKA SULLA PELLE DEGLI ALGERINI

DI ALBERTO NEGRI

 

La crisi algerina racchiude il fallimento di un sistema di potere in mano a un élite, prima quella dei generali e poi una sorta di «coalizione presidenziale», nata in nome di Bouteflika, tra burocrazia del petrolio e del gas, uomini d’affari d’assalto, sindacati e politici compiacenti. Ecco come funziona.

La crisi algerina racchiude il fallimento di un sistema di potere in mano a un élite, prima quella dei generali e poi una sorta di «coalizione presidenziale», nata in nome di Abdelaziz Bouteflika, tra burocrazia del petrolio e del gas, uomini d’affari d’assalto, sindacati e politici compiacenti.

Per salvarsi dal jihadismo l’Algeria negli anni’90 ha pagato un prezzo di sangue altissimo ma ha anche visto sfumare l’idea di una transizione dal modello statalista e di Paese dalla rendita esclusivamente energetica a uno di economia di mercato e diversificato. Ma in Algeria oggi non funzionano più neppure gas e petrolio: nel 1985, è bene ricordarlo, fu il crollo del 40% delle entrate energetiche a spianare la strada alle rivolte successive.

L’Algeria è l’unico Paese Opec che produce sotto le quote assegnate. Esporta quasi la metà di un decennio fa mentre le riserve si assottigliano: 20 anni per l’oro nero, 50 anni per il gas. Non sono buone notizie per gli algerini e neppure per noi, visto che dall’Algeria, secondo fornitore dopo la Russia, importiamo attraverso la pipeline del Transmed quasi il 30% dei consumi.

Gli idrocarburi rappresentano il 97% delle esportazioni, due terzi delle entrate e un terzo del Pil. Con la discesa dei prezzi petroliferi si è verificato un crollo delle entrate, passate da 75 miliardi di dollari nel 2007 a 24 nel 2017, accompagnato da un dimezzamento delle riserve, da 200 miliardi di dollari a poco meno di cento.

In poche parole ci sono soldi per altri due anni di importazioni, non molto di più di quando cominciò la crisi degli anni’90 con la vittoria elettorale al primo turno del Fronte islamico di salvezza, seguita dal colpo di stato del gennaio ’92.

Il governo in due anni ha tagliato spesa pubblica e sussidi del 25 %: il metodo con cui nel 2011 aveva anestetizzato l’Algeria dall’influsso delle primavere arabe. Mentre veniva travolto un raìs dopo l’altro, Bouteflika era il simbolo dell’impossibilità della rivolta, esorcizzata dai ricordi tetri della guerra civile. Ma oggi i giovani, sempre più lontani da quel trauma, non comprendono questa impossibilità.

L’Algeria sarebbe sull’orlo di un vero e proprio black out finanziario, un collasso che ha già determinato gravi danni sociali. Al punto che per ripianare il bilancio la banca centrale ha tenuto artificialmente alto il valore del dinaro, che ha però condotto a un aumento dei prezzi e a un crollo di competitività delle esportazioni. Le conseguenze dei tagli alla spesa, ai sussidi e degli aumenti dei prezzi si sono adesso riversate nelle piazze di un Paese che non vede un futuro nella quinta rielezione del presidente Bouetflika.

L’Algeria vive di paradossi economici e di mala gestione. Pur essendo tra i più importanti produttori Opec, spende ogni anno dai due ai tre miliardi di dollari per importare prodotti raffinati. Un’enormità in relazione a bilanci sempre più in rosso. Per cui la Sonatrach, compagnia petrolifera di stato, si è vista costretta ad acquistare in Sicilia la raffineria Esso di Augusta.

La Sonatrach è stata travolta in passato dagli scandali – tra questi le famose tangenti Eni-Saipem al ministro dell’Energia Khelil – e l’entourage di Bouteflika ha dovuto ricorrere a un cambio ai vertici. Risultato: alla guida di Sonatrach, il forziere del Paese, è stato nominato Ould Kaddour. Kaddour è un ingegnere viene dal Mit, negli Usa, ed è stato direttore della filiale algerina di Brown & Root Condor, multinazionale vicina all’ex vicepresidente Usa Dick Cheney sciolta in seguito a uno scandalo di corruzione. Insomma un nome, una garanzia. Lo stesso Kaddour fu incarcerato qualche anno fa per divulgazione di informazioni segrete.

Se il messaggio doveva essere il cambiamento, è arrivato in maniera assai opaca. E gli algerini se ne sono accorti.

Il vero cambio di “Boutef” è stato far fuori la vecchia guardia che aveva condotto la lotta agli islamisti: a settembre è arrivata una nuova ondata di purghe con lo scopo di eliminare pretendenti nella distribuzione della torta petrolifera.

Ma il sistema delle tangenti non è cambiato: adesso devono essere assegnate agli uomini della corte del presidente, a una nuova generazione di affaristi e “baroni” delle importazioni che ogni tanto si sgonfiano con qualche clamorosa bancarotta. Il «sistema dei baroni» funziona così: io importo – dagli alimentari alle macchine – poi vendo allo stato, che rivende a prezzi più alti e faccio i soldi sulla pelle degli algerini. Nessuno produce o investe davvero. Questo patto del diavolo tra affaristi, sindacati e politici, santificato da Bouteflika, rischia di essere travolto dai nuovi algerini.

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