IN BOCCA AL LUPO NICOLA, MA NOI LAVORIAMO PER IL POPOLO DELLE PERIFERIE

DI STEFANO FASSINA

Dopo la vitale manifestazione di Milano di sabato, anche ieri per la democrazia italiana è stata una bella domenica. Vanno ringraziati uno a uno, i volontari e le volontarie dei gazebo e il milione e ottocentomila iscritti, elettori e simpatizzanti che hanno votato alle “primarie” del Pd. Complimenti al vincitore, Nicola Zingaretti. Un ringraziamento anche a Maurizio Martina e Roberto Giachetti.

Il neo-segretario ha sulle sue spalle, robuste ed esperte, una grande responsabilità. Ma in che direzione intende ricostruire il Pd? Unità e cambiamento ha ribadito ieri sera, dopo i risultati. È chiaro, è la ragione della sua vittoria netta, il suo impegno per l’unità: da Gentiloni a metà Governo Renzi e, con la proposta di Segreteria unitaria, la rimanente metà.

Non è per nulla chiaro, invece, il suo orientamento al cambiamento. Anzi. I suoi messaggi nella campagna congressuale sono di assoluta continuità con il tracciato blairiano celebrato, già allora fuori tempo massimo, al Lingotto. Anche lui, come i suoi sfidanti, in sostanziale condivisione del Jobs Act, della “Buona Scuola”, della revisione costituzionale bocciata il 4 Dicembre 2016.

E, ancora di più, anche lui seguace dell’europeismo liberista post ’89. In stridente disconnessione sentimentale con le sofferenti periferie urbane, economiche e sociali, anche lui ha sottoscritto il manifesto confindustriale di Carlo Calenda e appoggiato, con inconsapevole autolesionismo, la proposta di Romano Prodi di esporre dalle finestre la bandiera dell’Unione europea il 21 Marzo prossimo.

In Italia, c’è un significativo spazio elettorale per un Pd continuista e bonaccione, serio e affidabile per i salotti buoni, come quello che può incarnare Nicola Zingaretti: nel suo blairismo inerziale, nel suo europeismo irenico, nel suo solidarismo prudente, nel suo ambientalismo retorico, nelle sue equilibrate posizioni sui diritti civili si possono riconoscere i benestanti e la relativa prole Erasmus, la finanza, le migliaia di multinazionali tascabili e le sfrangiate filiere esportatrici da esse dipendenti, i “loro” lavoratori ben sindacalizzati, i segmenti più qualificati del pubblico impiego.

Può anche agganciare qualche sgangherato vagone di ceti medi riflessivi altra-europeisti, data le condizioni intellettuali e politiche delle cosiddette sinistre radicali.

Ma chi può davvero dare una rappresentanza progressiva alle periferie umane sociali della nostra Italia? Al consunto tessuto di micro imprese del commercio e dell’artigianato alimentate dalla domanda interna? A quelli che, da tanti nelle strade di Milano sabato scorso o nelle file ai gazebo domenica, vengono considerati “razzisti” soltanto perché, colpiti e abbandonati dalla sinistra storica asservita all’europeismo liberista, si sono rivolti per sofferenza sociale, disperazione e assenza di alternative migliori, al M5S e alla Lega?

Non si può chiedere al Pd, anche in versione Zingaretti, di cambiare natura e constituency. Sta a noi, fuori dal Pd, costruire con quelle fasce di popolo un’alternativa, da un lato, all’egoismo sociale, securitario e secessionista della Lega Nord e, dall’altro, alla subalternità assistenzialista del M5S guidato dall’ “uomo qualunque” Luigi Di Maio.

Sta a noi animare una proposta popolare dal profilo keynesiano, consapevole dell’impraticabilità storico-politica degli Stati Uniti d’Europa, della “riforma dei Trattati europei”, della “democratizzazione dell’Ue”, impegnata per il primato dei principi della nostra Costituzione sui principi del mercato unico e dell’eurozona.

Buon lavoro anche a noi, oltre che a Nicola.