8 MARZO: AMICHE MIE, AMIAMOCI NOI PER PRIME

DI GIOVANNA MULAS

Già ‘sento’ avvicinarsi l’otto marzo, e vorrei si facesse silenzio. Un silenzio che scandalizzi: che vada a sconvolgere una ennesima marchetta da calendario, il prestabilito e l’imposto, il commercializzato, il falso. Oramai in troppi a mercanteggiare l’intelligenza della donna per una scatola di cioccolatini.
Amiche mie, è fondamentale amarci noi per prime, lavorare di autostima costante proprio dove non ci è stata inculcata o meglio, dove è ancora vigoroso il pregiudizio che la donna, se non ha, è perché non merita.
In un contesto sociale quale è l’italiano -piccolo borghese di tratto, ancora, dolorosamente ignorante, comunque distratto alle necessità del femminile o del più debole in genere-
dove il ruolo della donna è diviso in scomparti:
se lavora fuori casa in casa che fa (…e i poveri figli?)?, Se ha studiato non lavora,
è santa o puttana. Quanti tabù da combattere ancora, ed è importante farlo unite.
Amiamoci, noi donne e tra noi, per prime: comprendendoci, sostenendoci con quella sensibilità tutta lunare che ci appartiene, storica, fisiologica.
La chiamo da sempre Sorellanza.
Da qui a comprendere che si nasce libere e non lo si deve diventare,
che non si deve domandare il permesso a qualcuno, chiunque sia, per comportarci come desideriamo, il passo è breve.
Deve diventare una questione di scelta, non coraggio.
Su me, Donna, relegata alle ‘cucine’ della Storia; al fuoco lento del padrone, al talamo dello sposo imposto col quale fare l’amore senza goderne. Ora mi vedo in un gommone strabico, baratto il mio corpo (ad occhi chiusi e trattenendo il respiro, prego per non impazzire) per un passaggio verso l’Italia complice di una guerra che mi ha mangiato famiglia e casa. Non so se toccherò riva: il mare è agitato, il vento è forte, siamo in troppi e la barca è piccola.
Eccomi in uno scantinato senza finestre, accovacciata in questo letto da alveare, imbastisco orli e sopravvivo muta: io non esisto, io sono un numero senza permesso di soggiorno.
Mi ritrovo a quattordici anni preda di stupro etnico (ma non erano alleati, quelli? Non erano…amici? Mama Madousini credi, ho visto cosa hanno fatto a Shirazwa e al mio fratellino…che potrà accaderci ancora?),
sono stata già bruciata viva perché conoscitrice della Natura, mi vedono bella e il mio carattere è fiero, non riesco ad inchinarmi davanti a chi è uguale a me…do fastidio a troppi, dicono che non rispetto il loro Dio.
Eccomi; Vaso,
Io, Dea Madre fertile, potente,
Io, Una e Trina,
surrogata da una Vergine innocua e remissiva, che dovrebbe fare da esempio nel dare amore senza provarlo,
ma l’Amore è peccato Padre?.
E oggi, ancora, Donna relegata nelle cucine della Data Cioccolatino, alla stregua della ‘festa dei nonni’ o ‘degli innamorati’, delle ‘mamme’ e dei ‘papà’:
mi si sta suggerendo di festeggiare morte e violenza continuata della Storia, e farlo solo in questa data, e Ci viene detto con più di mille manifestazioni a tema e in contemporanea, dal teatro al museo:
per ballare, cantare, giocare, sognare al ritmo di una bambola;
dovrò stordirmi così tanto di femminicidio da rimanere ‘piena’ per un anno, tanto da smettere di rompere “perché tanto si sa come vanno queste cose”.
Data scelta per fare catarsi, per dirCi “ti ricordiamo”,
per comprare lingerie, patatine e fiori e diet Cola, orsacchiotti con l’occhio nero e riviste di gossip scacciapensieri, per indossare i tacchi rossi o farci i selfie dei lividi, per chiaccherare sull’attrice incinta che ha ammesso e proprio oggi, Oh Signora Mia, di essere stata violentata da bambina.
Per truccarsi, impasticcarci e ubriacarsi con Nina Simone nel ricordare, attraverso i suoi canti da campi di cotone, la violenza subita “…E se Nina Simone ce l’ha fatta con questa voce perché non posso farlo io?”.
In un giorno come gli altri ma che, per l’immaginario collettivo (femminile), deve rimediare tutti i giorni dell’anno.
Imporre una data significa attirare l’attenzione su ciò che, di prassi, si dimentica; questo giorno evidenzia un tentare di alleggerire il terribile quotidiano dove fino a tre Donne/Sorelle in Italia vengono uccise per mano di marito o compagno di vita, non per l’emigrato clandestino.
In Italia, concretamente, denunciare la violenza non basta. Continua a necessitare una Legge che davvero prevenga il femminicidio e che salvaguardi la donna, Legge che punisca l’assassino e che sia da monito.
Quando non ci sarà una data per ricordarci che esistiamo, potremo davvero festeggiare qualcosa di grande: il rispetto dovuto e ottenuto come esseri umani e per quella Natura Madre che ci ha partorite e continuerà a partorire a dispetto di;
per Noi, per tutte le Sorelle uccise e per quei figli –tutti figli nostri-
lasciati soli al mondo.

(scatto di Fabio Collari)