EMILIO MOLINARI. SE LA RIVOLUZIONE SI RIEMPE D’ACQUA

DI NANDO DALLA CHIESA

Il tribuno che nell’autunno caldo infiammava le assemblee operaie della Pirelli, un sabato mattina di mezzo secolo dopo prova ancora a cercare di cambiare il mondo. Emilio Molinari ha lasciato da qualche ora l’ospedale. E’ l’una quando prende la parola per concludere l’ennesima “assemblea pubblica” della sua vita. Tema: “Acqua terra salute”. La folla non ha le fattezze di una volta. Una sessantina di attempate persone ascolta con rispetto il vecchio combattente parlare di acqua, concimi, agricoltura, inquinamento. Un repertorio impensabile quando i suoi temi erano la lotta di fabbrica, la catena di montaggio, i ritmi e la nocività del lavoro, il cottimo e i salari. Molinari lo spiega con semplice efficacia: “L’acqua è stata la seconda scoperta della mia vita dopo la politica, dopo il valore della lotta di classe”, per questo ora è un esponente di spicco del Movimento mondiale per l’acqua, che nel 2011 contribuì a portare alla vittoria in un referendum impossibile.

Gli occhiali pendono dal collo sopra un maglione girocollo verde scuro. I baffi sottili, i capelli sono meno ricci e ribelli di un tempo, intatta la fede in un mondo migliore. Si mette dalla parte dei non credenti quando evoca con passione la figura di papa Francesco e la sua “Laudato sì, mì Signore” in difesa dell’ambiente. E arringa contro “questa fede cieca nella tecnologia che risolve tutto, i giovani ne sono impregnati, credono che la fame nel mondo si risolverà con nuove tecnologie, e pure il problema dell’acqua e anche quello dell’inquinamento. L’ottocento si chiuse con l’inaugurazione della torre Eiffel”, prosegue, “inno alla illimitatezza della potenza dell’uomo. E abbiamo chiuso il novecento con gli studiosi che ci avvisavano che forse non siamo neanche più in tempo per salvare il pianeta”. Cita scienziati, cita Noam Chomsky, non cita Bauman e questo vuol dire che i libri li legge sul serio. Prende ad esempio gli interventi che lo hanno anticipato, la nuova coscienza e civiltà agricola, e chiede retoricamente al pubblico se le micro-esperienze raccontate durante la mattinata costituiscano un ritorno all’indietro o non piuttosto “l’attualità della storia”. Ricorda una volta ancora che “abbiamo nelle mani il destino dell’umanità”, e che una nuova conversione dell’agricoltura è possibile, dopo quelle della meccanizzazione e dei semi.
Stavolta una “grande conversione” che dovrà valorizzare gli antichi saperi contadini, per superare una civiltà che vuole le patate tutte uguali in forme e dimensioni e l’acqua buona solo se minerale. L’utopia dà le ali alle parole, così Emilio indica la necessità di una nuova evangelizzazione, sottolinea che proprio grazie al movimento per l’acqua l’Onu è stata costretta a riconoscere che l’acqua è un diritto umano, altro che privatizzarla. Ricorda le reazioni entusiaste che hanno i bambini delle quinte elementari, o i ragazzini delle medie, durante i suoi interventi nelle scuole, ne ha fatti a centinaia su questi temi solo a Milano.

Lo osservo. Ed è difficile non riandare al leader dalla voce tonante di Avanguardia operaia, poi Democrazia proletaria, poi Verdi arcobaleno; al consigliere regionale e senatore, o al parlamentare europeo che si occupò come pochissimi di mafia e politica, con quella sua campagna contro la figura di Salvo Lima, a cui dedicò, anche in onore di Peppino Impastato ucciso mentre era candidato proprio di Democrazia proletaria, il famoso dossier “Un amico a Strasburgo”. Passa una sequenza di immagini dietro il Molinari di oggi che maneggia da maestro l’antica retorica (“un’ultima cosa”, “e qui chiudo davvero”…). Un turbinio di piazze, di comizi, di generazioni e di generosità. Quando finisce, l’uomo si alza e si appoggia a un bastone. Con quello cammina verso l’uscita perché ha un nuovo appuntamento per la sua salute. Lo affianca premurosamente la moglie; “non può prendersi nemmeno un raffreddore”, spiega. Problemi al cuore, ma anche ai reni. Lui stesso confessa di essere malandato. Gli occhi rimangono orgogliosi. Dice che il suo rammarico è non avere avuto figli, ma che ha una nipote e una ragazza ivoriana che ha aiutato alle quali ha cercato di trasmettere i suoi valori. “Lo sai che è una di loro che ha scatenato la rivolta sulla questione delle mense e dei bimbi immigrati a Lodi?”, interroga con una qualche fierezza. Altro che rottamare. Altro che classe dirigente del domani. Emilio Molinari, rivoluzionario di professione, con gli affanni regalati dagli ottanta e da una vita avventurosa, spera ancora di cambiare il mondo. E ci prova.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 25.2.19)