IL PD DI ZINGARETTI: SE VOGLIAMO CHE TUTTO RIMANGA COM’E’ BISOGNA CHE TUTTO CAMBI

DI CARLO PATRIGNANI

Nel celeberrimo Il Gattopardo, l’autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa fa dire a Tancredi uno personaggi più importanti e ambigui del romanzo: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. E oggi perchè tutto cambi davvero rispetto alla storia trentennale dell’ex Pci, poi Pds quindi Ds, approdato prima all’Ulivo e poi al Pd per effetto della santa alleanza con post democristiani e/o popolari, bisogna rivedere e rivisitare questa lunga storia per non lasciare che ancora una volta tutto rimanga com’è.

Questo coraggioso ed impegnativo compito spetta al nuovo leader del Pd Nicola Zingaretti: ossia cambiare, invertire, e radicalmente, questa storia e con essa questo amalgama non certo edificanti perchè ha visto sempre di più allargarsi il distacco, la forbice tra i vertici e la sua base sociale, il mondo del lavoro, la povera gente, i giovani.

Orbene quanti tra iscritti e simpatizzanti si sono persi nelle primarie – importate dagli Usa ma scimmiottate visto che Oltreoceano sono finalizzate alla scelta del candidato per una carica pubblica – e introdotte come originali dal Pd?

Parecchi, tantissimi rispetto a quanti hanno partecipato – 1,6 milioni – alle primarie (imitazione del made in Usa) di domenica scorsa che hanno incoronato leader il Governatore della Regione Lazio, Zingaretti. Certamente sono state un buon segnale a fronte dei disastri a ruota tra referendum istituzionale perso di dicembre 2016, elezioni regionali e amministrative, e le politiche debacle di marzo 2018.

Lontanissimi i 4 milioni della consultazione popolare del 2005 voluta da Romano Prodi per scegliere il leader dell’Unione e dai 3,1 milioni delle primarie del 2007 dove primeggiò Valter Veltroni, dimessosi da Sindaco di Roma.

In linea invece con le primarie del 2009 – appena sopra 1,6 milioni – vinte da Pier Luigi Bersani, ma al di sotto delle primarie di coalizione (3,1 milioni) del 2012  vinte da Bersani su Matteo Renzi, e ancora al di sotto delle primarie del 2013 per scegliere il nuovo segretario (2,8 milioni) ossia Renzi, che nel 2017 fu confermato segretario con 1,8 milioni.

In queste cifre sta il dramma di un partito, il Pd, nato male, malissimo, dalla fusione a freddo delle due componenti politiche che si divisero i consensi nella Prima Repubblica: comunisti e democristiani. E il minino comun denominatore dell’ibrida santa alleanza fu la convention ad excludendum verso il  socialismo e la laicità, parole cancellate dal vocabolario politico piddino, sostituite dalla terza via blairiana: non c’è alternativa al neoliberismo, alle politiche di austerità e alla magica formula del centro-sinistra: senza il centro non si governa.

L’esatto contrario del lascito culturale e politico vorrei morire socialista di uno dei leader più autorevoli e prestigiosi dell’ex-Pci, Bruno Trentin, che alla fusione a freddo tra Ds e Margherita preferiva una federazione al fine di garantire il pluralismo degli orientamenti e la più ampia partecipazione: è un  tragitto che ha bisogno di anni di esperienze comuni, al basso come in alto, per diventare un fattore di contaminazione tra le culture diverse.

Trentin più propenso a un programma comune delle sinistre, teorizzava che […] la politica ha senso e valore se persegue un progetto, un nuovo progetto di società  quella […] capace di rendere migliore o, più precisamente, di trasformare, cambiare la vita quotidiana degli esseri umani a partire da coloro che nella scala sociale stanno più in basso e più soffrono, e sopra tutti, degli operai, dei quali, fin da giovane, aveva scoperto la grande voglia di libertà e di conoscenza.

Dopo il crollo del Muro, nel 1989, affidò alla sinistra un preciso compito: fare della libertà, la priorità assoluta e del lavoro e del sapere la fondamentale realizzazione dell’uguaglianza e della libertà umana.

E nel 2006 all’Unità spiegò a chiare note: comprendo perfettamente la preoccupazione di De Mita di non finire almeno per ora nell’Internazionale socialista. Sono però sicuro che De Mita comprenderà le intenzioni di persone come me di partecipare a questo processo unitario e nello stesso tempo di voler morire socialista. Comprendo Chiamparino quando si dichiara il sindaco di tutti e conseguentemente un uomo di centro ma credo che non debba dimenticare che è stato eletto sulla base di un programma anche nazionale che sa distinguere tra operai e banchieri, fra salario, profitto e rendita.

A Zingaretti il compito di smentire Tancredi uno dei personaggi pù importanti e ambigui del romanzo Il Gattopardo.