LETTERA APERTA DEI COSTITUZIONALISTI CONTRO IL REGIONALISMO DIFFERENZIATO

DI MARINA NERI

Non si arresta il fermento attorno al tema caldo di questo inverno ” l’autonomia rafforzata o regionalismo differenziato”.

Sì, per intenderci, quella forma di gestione autonoma richiesta su ben 23 materie, dalla cultura alla sanità, alle fonti rinnovabili, da tre regioni: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna.

Il rinvio della scorsa settimana sul recepimento in commissione della bozza di intesa tra regioni e governo da sottoporre al voto e non al vaglio del Parlamento ha fatto tirare un sospiro di sollievo in tutti coloro, analisti, esperti costituzionalisti, che vedono nella problematica una sorta di secessione mascherata.

Il ruolo del Parlamento, infatti, nella procedura cosiddetta rinforzata, è di mero recepitore, un notaio atto a ratificare quanto già in altra sede stabilito.

È di oggi la notizia che alcuni esperti costituzionalisti fra cui il prof. Andrea Patroni Griffi, tre presidenti emeriti della Corte costituzionale Francesco Amirante, Francesco Paolo Casavola e Giuseppe Tessuto e altri illustri docenti hanno sottoscritto un testo inviato al Presidente della Repubblica e ai presidenti di Camera e Senato.

In questo documento è dato leggere l’accorato appello alle Istituzioni destinatarie della missiva, affinché impediscano la delegittimazione del Parlamento che deriverebbe dall’iter che l’esecutivo al momento pare volere seguire.

Secondo gli esperti, infatti, la portata della innovazione non può relegare il ruolo delle Camere a quello di mere scribacchine di accordi precostituiti.

Invitano a leggere in combinato disposto e non a compartimenti stagni alcuni articoli della Costituzione, che ove applicati e letti nel modo opportuno e corretto, renderebbero illegittimo qualsiasi approccio da essi difforme.

È per questo, spiegano, che l’approvazione parlamentare non può essere un mero passaggio formale.

L’ articolo 116, terzo comma della Costituzione (introdotto con la riforma costituzionale del 2001) recita: ” … Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.”

La semplice lettura dell’articolo fa comprendere come
a concedere le autonomie debba essere “una legge dello Stato” e che questa legge, per avere validità, debba essere “approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”.

La chiave di lettura offerta dai costituzionalisti ribalta la visione di accettazione pedissequa e meccanica rivendicata ,invece, dal ministro per le autonomie regionali ed il governo giallo _ verde, anche se pare che all’origine del rinvio dei giorni scorsi ci siano i mugugni contro le intese in casa pentastallata.

I costituzionalisti nella loro accorata lettera chiedono ai parlamentari “come rappresentanti della Nazione, di intervenire, qualora lo riterranno, anche con emendamenti sostanziali che possano incidere sulle intese, in modo da ritrovare un nuovo accordo, prima della definitiva votazione”.

I firmatari della lettera evidenziano che il ruolo del Parlamento, nell’articolo 116, è finalizzato a tutelare le istanze unitarie a fronte di richieste autonomistiche avanzate dalle Regioni che possono pregiudicare la tenuta unitaria dello Stato.

Evidenziano il ruolo cardine che il Parlamento aveva ricoperto proprio già nel 1972 quando si approvarono i primi Statuti.

Con il termine autonomia (parola composta dal greco αὐτο-, auto – e νόμος, nomalis” , “legge”, ovvero “legge propria”) si intende la possibilità per un soggetto di svolgere le proprie funzioni senza ingerenze o condizionamenti da parte di terzi.

A questo aspirano le regioni richiedenti, seguite da altre emule, dimentiche a quale prezzo l’art. 1 della nostra Costituzione identifica una nazione.

Indivisibile, una, sovrana, con un Parlamento la cui vocazione, compito e fine ultimo, non è la mera certificazione notarile di istanze di autonomia mascheranti una secessione di fatto, ma la tutela degli interessi di tutti i cittadini di tutte le Regioni.

Contro la lettera tacciata di allarmismo si è levata la voce del prof. Mario Bertolissi, esponente della delegazione che ha il compito di portare avanti le trattative tra Regione Veneto e governo. Il professore ha dichiarato che la missiva altro non è che “una maldestra volontà di forzare Mattarella”

Con fervore il docente avrebbe addirittura dichiarato:”È bene che il Parlamento discuta: di numeri, di cose fatte e non fatte, di risultati, di tutele realizzate e no, dopo aver riscontrato se è ancora vero che esistono `Regioni di avanguardia´, `Regioni collocate nel mezzo´ e `Regioni di retroguardia´, alla luce del principio di responsabilità ( cfr Corriere.it)”.

Già, proprio quello che uno Stato Pater dovrebbe fare: abbandonare a se stesse le regioni che stentano a decollare…per il principio di responsabilità.

Strano dirlo e pensarlo per coloro che hanno fatto un vanto nel tenere un rosario in mano, un vangelo in tasca, un crocefisso in un’aula.

Come se Cristo dovesse smettere di cercare la pecorella smarrita (in ossequio, ovviamente, al principio di responsabilità)