BERLUSCONI, REPUBBLICA, LEGA: STRANA CONVERGENZA SULLA VIA DELLA SETA

DI ALBERTO TAROZZI

Forse Berlusconi credette di essere il primo. Quando venti giorni fa proclamò la sua prossima discesa in campo alle europee, la sua voce traballava per un orgoglio da salvatore della patria. Pareva l’imitazione di Crozza che imitava Berlusconi. Era il momento del proclama: “Torno in campo per contrastare la Cina”. Qualcuno a dire il vero ebbe a pensare a un suo ritorno al Milan, lasciato in mano ai cinesi, ma il resto del discorso non lasciava margini di dubbio.

“Mi sono sentito in dovere di tornare in campo per l’Europa, per farla ritornare importante e per combattere l’egemonia che l’Impero Cinese ha lanciato a tutto il Mondo”. Il pensiero andava al James Bond degli anni del disgelo. Quelli in cui i sovietici erano considerati comunisti un po’ meno cattivi che in passato e si poteva anche stabilire un’alleanza tra servizi segreti occidentali e Kgb, per evitare che i maledetti musi gialli potessero realizzare il loro apocalittico piano di far saltare per aria il mondo.

Ma Berlusconi non era il primo. Già in ottobre la Repubblica aveva lanciato un primo grido di allarme. In aprile l’Italia, non ancora giallo verde, aveva sottoscritto con quasi tutti gli altri paesi europei un documento nel segno dello scetticismo, sulla penetrazione delle imprese cinesi in Europa. Interventi che sarebbero lesivi del principio della liberalizzazione dei mercati in quanto che avvantaggerebbe società “sussidiate” dallo stato. C’era dentro, in quel documento pure il governo del povero Gentiloni. Lui che, per altro verso, si era dato parecchio da fare per intrattenere rapporti di tipo “triangolare” coi cinesi anche in rapporto a possibili interventi nei Balcani in paesi non Ue.

Passano i mesi e il governo giallo verde cerca di spingere sull’acceleratore dei primi contatti avuti dai precedenti governi. L’artefice pare essere un supersperto di affari cinesi, il sottosegretario Geraci. Visite in Cina di Tria e di Di Maio. Le cose paiono progredire. Prossime fermate il 22-23 marzo, visita di Xi Jinping in Italia o magari il forum del 25-27 aprile a Pechino data e luogo in cui si discuterà il progetto One Belt One Road, vale a dire la nuova Via della Seta.

Italia interessata, più che dai commerci dal coinvolgimento di Pechino nelle infrastrutture portuali. In primo luogo Trieste ove la Cina potrebbe essere cointeressata ad un molo. Ma  qualcosa d’altro potrebbe andare in porto -è il caso di dirlo- anche per Venezia e magari per Ravenna, in piena crisi.

Su Repubblica si susseguono gli articoli di Filippo Santelli, competente in materia. Per la Cina sarebbe un grosso affare. Però si legge tra le righe che anche l’Italia porterebbe a casa qualcosa di positivo. D’altronde la Germania, sotto sotto qualche affaruccio con la Cina lo sta mettendo in atto, Theresa May parla di scambi bilaterali e sul fronte occidentale nemmeno Arabia saudita e Israele se ne stanno ferme.

La Francia invece soffre parecchio un progetto cinese di ulteriore Via della Seta dalle parti dell’Africa francofona, però è partecipe anch’essa dell’ Asian Infrastructure Investment Bank, che avrà sede proprio nella capitale cinese. Si tratta di una banca di sviluppo multilaterale il cui obiettivo è il finanziamento  di infrastrutture in Asia. La AIIB è considerata come una rivale del FMI, della World Bank e della Asian Development Bank, istituzioni finanziarie dominate dagli Stati Unit. Per la cronaca, la partecipazione della Francia è del 3,4%, quella dell’Italia del 2,6%.

Che tocchi proprio a noi, Berlusconi in testa, elevarci a baluardo contro il pericolo giallo? Oppure i giallo verdi nel nome del sovranismo terranno alto l’onore della patria libera e indipendente.

Finalmente una prima risposta. La enuncia il Financial Time e se ne fa portavoce ancora la Repubblica per i non lettori del più noto foglio anglosassone. Dopo avere sentito che aria tira, nella Ue e non solo, pare che il sottosegretario agli esteri Picchi abbia innestato la marcia indietro e che l’accordo italocinese non si realizzerà. Per la cronaca Picchi appartiene alla Lega, partito di sovranisti doc che dopo aver rifiutato la mediazione dell’amico Putin che poteva farci comodo in Libia, ha via via raccolto le suggestioni di Israele a impedirci buoni rapporti commerciali con l’Iran (20 miliardi e rotti) e adesso interverrebbe a gamba tesa pure nelle relazioni con Pechino. L’importante, come sostiene la Repubblica, è che non si realizzi un accordo che rappresenterebbe “una grande vittoria politica per Pechino, proprio nel momento in cui l’Europa sta cercando di contrastare in maniera più decisa la sua penetrazione nel Continente e gli Stati Uniti di compattare gli alleati dalla loro parte, nella sfida epocale tra superpotenze”. Sul fronte dei Cinque Stelle, per ora, nulla da segnalare.

Lapidario il commento di Alberto Negri, che riconosce come nel merito si possa pure discutere, ma che il prendere ordini è un’altra questione. “Sovranisti dei miei stivali”.