ECCO QUAL È IL VERO PROBLEMA DIETRO I COMBATTENTI DI RITORNO

DI FULVIO SCAGLIONE

Un fantasma s’aggira per l’Europa. No, non è quello del proletariato bensì quello del jihadisti che, sopravvissuti al crollo del Califfato, potrebbero rientrare nei Paesi europei d’origine. La questione è così spinosa che se n’è parlato proprio in questi giorni a Washington, dove si sono radunati i ministri degli Esteri e gli esponenti politici dei 79 Paesi che hanno partecipato alla coalizione anti-Isis formatasi nel 2014 sotto l’egida degli Usa.

Anche nel caso degli ex jihadisti sono gli americani ad aver preso l’iniziativa, chiedendo ai loro alleati europei di rimpatriare al più presto tutti coloro che hanno partecipato alla guerra in Siria e in Iraq e che sono oggi prigionieri di questa o quella entità attestata sul terreno.

Sulla questione pesa, ovviamente, la recente decisione di Donald Trump di ritirare le truppe (circa 2mila uomini delle forze speciali) attestate in Siria. Anche perché quel ritiro è stato da molti interpretato come un tradimento ai danni dei curdi del Rojava i quali, avendo combattuto per anni l’Isis, hanno preso molti prigionieri che hanno in tasca passaporti di Francia, Belgio, Regno Unito, Germania e così via.

Le cifre sono incerte ma si parla di 800 miliziani con, al seguito, circa 2mila tra donne e bambini. Il dibattito sul “che fare?” è particolarmente vivace in Francia, che è la nazione in assoluto più rappresentata nei campi di prigionia del Rojava, con 130 miliziani (la cifra è stata avanzata qualche giorno fa in Tv da Jean-Yves Le Drian, il ministro degli Esteri della République).

Nel pieno della guerra il contingente francese era il più folto d’Europa, con circa 700 miliziani. I 130 di cui si parla sono quelli rimasti dopo che oltre 300 dei loro compagni sono morti sul campo di battaglia e gli altri sono partiti per altre zone di guerra (Libia, Afghanistan), si sono dati alla macchia o hanno intrapreso la lunga strada del ritorno.

Il dibattito francese e internazionale, però, dimostra ancora una volta quanta fatica si faccia a riordinare la realtà dopo che si è a lungo cercato di piegarla ai propri fini. Cominciamo dalla Francia. In primo luogo, stanno già per uscire di galera coloro che erano tornati dalla Siria o dall’Iraq in passato e che erano stati condannati a pene evidentemente molto lievi. Si parla di una quindicina di individui in libertà nel 2019 e una ventina nel 2020. Solo nel 2016 la Francia si è data una legge che prevede condanne da 7 a 30 anni per i jihadisti di ritorno, ma solo in base al principio che dopo gli attentati a Parigi del gennaio 2015 (le stragi di Charlie Hebdo e del supermercato kosher Hypercacher) coloro che andavano a raggiungere l’Isis, Al Nusra e le altre formazioni dell’estremismo islamista non potevano ignorare di aggregarsi a gruppi criminali e terroristici. Il che comporta conseguenze significative.

Chi lo ha fatto prima del gennaio 2015, a quanto pare, poteva anche “ignorare” di essere un terrorista, anche se sparava e ammazzava la gente (soldati di un esercito regolare e/o civili) in Siria e in Iraq. Quindi, pene blande. Il discrimine del 2015, inoltre, dà l’idea dell’eurocentrismo con cui si è guardato e si guarda al problema del terrorismo. Se colpisce noi (nel caso specifico, la Francia) è terrorismo, se colpisce gli altri (i siriani e gli iracheni) non si capisce bene che cos’è. Di certo non merita la stessa severità, come se le due cose (ammazzare in Siria e in Iraq e ammazzare in Francia o in Belgio o nel Regno Unito) non fossero collegate. Lo stesso atteggiamento si ritrova in ambito internazionale.

Tutti i politici garantiscono che gli ex jihadisti finiranno in galera appena toccheranno il suolo patrio. Forse. Ma per quanto tempo? Gli avvocati stanno già affilando gli argomenti, perché non è affatto scontato che ci saranno condanne severe, e forse nemmeno condanne. Il problema è il Rojava. Quello dei curdi non è uno Stato, è un’entità autoproclamata che nessuno ha ufficialmente riconosciuto.

A tutti gli effetti giuridici, il Rojava è una parte della Siria governata da Bashar al-Assad. Non è contemplata, quindi, l’ipotesi dell’estradizione, che può avvenire solo da uno Stato all’altro. La soluzione più logica e più rispondente alle norme del diritto internazionale sarebbe che gli ex jihadisti prigionieri dei curdi siriani venissero consegnati all’unico Governo siriano esistente, quello di Assad. Cosa che i Paesi occidentali, che hanno smesso di riconoscere Assad nel 2012, hanno più volte bombardato la Siria, non hanno tuttora relazioni diplomatiche con Damasco e soprattutto non vogliono ammettere la sconfitta, rifiutano di fare. Anche se i terroristi arrivati da Francia, Germania, Regno Unito, Belgio ecc. ecc. sono arrivati fin qui per ammazzare cittadini siriani, mica europei o americani.

Al limite, ma proprio al limite, gli ex jihadisti potrebbero essere consegnati all’Iraq, altro Paese che ha sofferto per le loro atrocità. Ma Usa e compagnia bella non vogliono nemmeno questo. Anche perché molti di questi ex jihadisti possono avere cose interessanti da raccontare su Califfato e dintorni, su eventuali complici, sui canali di rifornimenti e finanziamento e così via. E i servizi segreti occidentali vogliono essere i primi a scavare in quella miniera. Ecco allora che si affaccia l’idea di costruire una specie di nuova Guantanamo in un qualche Paese amico e disponibile, per poi organizzare con quello interrogatori e successive estradizioni. Le condanne, una volta riportati i miliziani in patria, non sarebbero scontate nemmeno in quel caso, ma almeno ci si potrebbe provare. In un modo o nell’altro, l’idea generale è che i francesi, tedeschi, belgi e inglesi che sono andati ad ammazzare siriani e iracheni possano e debbano essere processati in pratica ovunque (ricordiamo che la coalizione anti-Isis degli Usa raccoglie 79 Paesi) tranne che in Siria e in Iraq. E poi ci stupiamo se qualcuno, dalle parti del Medio Oriente, ancora ci giudica come dei colonialisti?

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