RIFLESSIONI AD ALTA VOCE. LE DONNE ED IL CORAGGIO DI CAMBIARE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Non è passata inosservata la giornata di ieri, che non è una festa ma una ricorrenza, ed anche drammatica.
Restano fiori che lastricano strade di disorientamento e solitudini interiori.
Restano discorsi, pensieri sensati e ben articolati.
Restano domande che si ripetono inesorabilmente nel tempo, così come inesorabili sono i pregiudizi che ancora la società nutre nei confronti delle donne.
Danze di pensieri e sorde parole, urla che si fermano in gola perché disincantate, stanche oppure smarrite nell’indifferenza che diventa magicamente presenza quando c’è da additare chi pur essendo donna si trova ad essere messa alla gogna da altre donne.
Cerchiamo attenzione, comprensione, ascolto e poi non siamo in grado di donarlo a chi appare in modo differente dal nostro, senza domandarci mai cosa si possa nascondere dietro al modo di apparire magari provocante e provocatorio, senza spostare i grovigli creati dai giudizi per lasciare il posto alle cesoie che potrebbero dipanarli se solo volessimo.
Ci sono donne dimenticate, inosservate da chi dovrebbe imparare a guardarle con occhi differenti, che usano l’arma dell’attirare l’attenzione per essere prese in considerazione come invece meriterebbero fosse fatto.

Ci sono “uomini” che leggono in questa “ostentazione” l’autorizzazione per violarle sia nell’anima che fisicamente.
C’è una società con cui abbiamo lottato e ci siamo più volte scontrate che si diverte a farci sentire delle nullità se non siamo accompagnate da discutibili partner, che tende ad isolare chi dimostra ogni giorno di essere in grado di potersela cavare benissimo da sola.
C’è sempre un riflettore puntato su errori di valutazione in cui si può cadere quando a parlare sono i sentimenti bisticciando con la ragione.
” Non hai visto prima”?, ” non ti sei accorta di chi fosse questo amore in realtà”?.
Giudizi, taglienti, che uccidono e feriscono chi invece andrebbe ascoltato e supportato.
Vittime esposte alla gogna e carnefici applauditi e giustificati, quasi esortati a continuare nella loro mattanza che quando va bene, gli impedisce di vivere in libertà per pochi anni, e poi tutto tornerà come prima, esattamente come accade dopo questo tanto osannato otto marzo, sporcato dal sangue di donne che invece di “festeggiare” si sono ritrovate in una pozza di sangue, senza avere la forza di gridare.
C’è un mondo che si chiede se ad uccidere, a stuprare, sia stato un italiano oppure uno straniero, e che dimentica che a fare questo è stato un uomo. Dobbiamo ringraziare chi semina odio, chi erige muri, chi abilmente sposta il campo dell’attenzione, chi aiuta a dimenticare per mettere a tacere.
È sacrosanto chiedere diritti, così come lo è unire le voci singole in cori forti, che danno potenza a queste voci, ma tutto questo non deve durare un solo giorno, deve esserci sempre, deve creare empatia e solidarietà, ma soprattutto deve mettere a tacere il giudizio negativo che molte donne hanno ancora per le altre donne.
Chiediamo cambiamenti ma dobbiamo essere in grado di cambiare noi prima di tutto. Dobbiamo tornare a riprenderci in mano le nostre vite, perdonarci gli errori ed avere il coraggio di viverla realmente la nostra vita. Dobbiamo non elevare chi si accompagna a noi dimenticandoci di ciò che siamo, di quanto valiamo, indipendentemente dall’essere accompagnate da qualcuno che poi a ben guardare non è in grado di accompagnare nemmeno sé stesso.
Non dobbiamo costringerci ad essere ciò che gli altri si aspettano da noi, ma cercare di essere ciò che vogliamo essere noi.
Un giorno che dura una vita, un giorno che richiede il coraggio di accettarci per ciò che siamo.
Smettiamo di dimenticare quanto siamo in grado di fare, con le nostre debolezze, dubbi e timori saremo sempre meglio di chi non possedendo questi valori continua a ridicolizzare, a punire, a violentare, ad uccidere perché in queste cose ma soprattutto in sé stesso ha smesso di credere.
Teniamoci il nostro coraggio è l’unica arma che possediamo per non diventare come loro.