VENEZUELA. TRA MONETA E PETROLIO, LA RISPOSTA USA COME SOLUZIONE FINALE

DI ALBERTO TAROZZI

Venezuela sotto attacco. Black out elettrico con possibili morti negli ospedali (notizia contestata dalle autorità venezuelane) che lascia comunque intendere un intervento armato imminente. Se non ci sarà il timore è che sia perché gli Usa ritengono di potere ottenerne la resa assediando l’economia del paese.
 
Ieri, oggi, domani. Come si è arrivati al punto in cui siamo ? Quali gli obiettivi di questi giorni? Quale l’orizzonte strategico dell’attacco Usa nel proprio cortile di casa?
 
Sul passato si sono scritti fiumi di inchiostro e spesso il sovraccarico di informazioni ha reso difficile il districarsi in una realtà complessa. Un errore di fondo nell’economia venezuelana (incentrata sulla produzione petrolifera, con scarsa differenziazione dell’economia e dipendenza dall’estero anche per quanto riguarda la raffinazione del greggio). Catastrofe petrolifera dalle radici geografiche lontane (crollo del prezzo a causa di una superproduzione saudita che aveva in realtà come obiettivo l’Iran). Sfruttamento spietato dell’errore da parte del vicino statunitense, che approfitta della crisi economica per aggravarla con ogni mezzo, esasperando i conflitti sociali e fomentandoli in un clima incontrollabile di violenza.
 
Sull’oggi non può mancare il riferimento al presidente autoproclamato (un termine di moda dai tempi dell’indipendenza del Kosovo tra gli amici degli Usa). Guaidò, amico fidato di Washington, che si pone a capo della protesta con risultati modesti. Ma al di là del livello miserabile della sua leadership i problemi rimangono e i tempi lunghi della loro soluzione rendono difficile la vita del governo Maduro. Tra un dollaro nemico interdetto al paese dal blocco capeggiato dagli Usa, ma che sarebbe utile per importare merci con una moneta forte. Un Petro criptomoneta sudamericana, simbolo di indipendenza ma anche sottovalutata (legata com’è al prezzo del petrolio). Governo al bivio, nella dissolvenza del blocco sociale cui si appoggiava. Per salvare la sopravvivenza alimentare della popolazione, con un imponente piano di distribuzione gratuita di generi alimentari, si perde il consenso di una piccola media borghesia (in parte di origine italiana) che si sente colpita dal fisco. Sabotaggi probabili: incetta di generi alimentari e black out elettrico cui vengono date risposte colpo su colpo, ma fino a quando? Isolamento o quasi sul piano internazionale, con una Russia sugli aiuti della quale non pare troppo aperto lo stesso Maduro. Ue che cincischia, ma pur sempre in chiave filo Usa, un Vaticano che deve far passare la sua mediazione attraverso un clero locale orientato all’opposizione.
 
Venezuela, scenari futuri. Cosa preoccupa veramente il vicino Usa? Certo eliminare uno dei governi residuali di orientamento socialista bolivariano è l’obiettivo che si pone qui ed ora. Ma l’orizzonte strategico va oltre. Gli stessi rapporti col governo ultra reazionario del Brasile non paiono corrispondere perfettamente ai piani del dominio Usa nelle sue due variabili fondamentali. Quali sono? Ce le descrive adeguatamente sul Fatto Quotidiano Pino Arlacchi, sociologo di prestigio internazionale che già ha ricoperto incarichi di alto livello presso le Nazioni Unite
 
Petrolio e dollaro: i due capitoli aperti per gli anni a venire.
 
Arlacchi vede innanzitutto “la voglia delle élites americane di afferrare finalmente in Venezuela la preda agognata, sfuggitagli in Russia negli anni ’90, e in Irak e Libia dopo: le riserve di un grande produttore di idrocarburi da aggiungere alle proprie per fronteggiare più serenamente le traversie del mondo post-americano”. Vengono a tale proposito ricordate le filippiche di Trump contro Obama ai tempi della guerra in Libia, per non avere capitalizzato il successo militare impadronendosi delle riserve petrolifere del paese. D’altronde, nel 2017, in un impeto di sincerità che lasciava poco spazio all’umanitarismo di facciata, Donald lo aveva detto chiaramente. Era il momento della guerra al Venezuela per impossessarsi di tutto il petrolio del vicino. Poco importava che il prezzo del greggio non fosse al top e che avesse addirittura costituito una delle ragioni della crisi di Caracas. Investire nel futuro significava assassinare l’economia venezuelana, approfittando della sua vulnerabilità, per mettere al sicuro il futuro energetico degli yankee. Discorso parallelo per il dollaro, dal quale il governo Maduro non era riuscito a svincolarsi con efficacia. All’alba di un processo di de-dollarizzazione dell’ economia mondiale, “la decisione del Venezuela di evitare l’ uso del dollaro nelle compravendite di petrolio, e di creare un sistema di scambi con l’ estero, il Sucre, basato su una criptomoneta, il Petro, garantita dal suo petrolio e da altre risorse, ha toccato il nervo scoperto della finanza americana. E ne ha scatenato la collera”. Colpiscine uno per educarne cento. E i cento sono l’espressione di potenziali rivali sparsi qua e là per il mondo che potrebbero replicare l’esperimento venezuelano con ben maggiore efficacia.
 
L’ attacco alla centralità del dollaro si prospetta già nella prossimità tra Russia ed Iran, ma anche Pechino pare si muova in quella direzione,per non parlare dell’ Unione europea, “titolare dell’ unica alternativa matura al biglietto verde: l’ euro. E per questo sorvegliata a vista dagli Stati Uniti….La de-dollarizzazione è un pericolo mortale. I suoi segnali vanno soffocati sul nascere”. Vuoi con le bombe (Iraq, Libia), Vuoi sollecitandone il disarmo per poterlo colpire più agevolmente (Iran). Vuoi con l’isolamento (Cina, Russia). Con la Ue si vedrà, ma già con la Merkel non è più tempo di amorosi sensi.
 
Venezuela come laboratorio. Laboratorio di una macelleria prossima ventura. Questo Arlacchi non lo dice, ma molte delle sue considerazioni ci spingono a pensarlo.