TRA COMO E CANTU’. LA FAVOLA DELLA MAFIA SILENTE

DI BOBO CRAXI

E ora i doppiogiochisti, gli abusivi della democrazia non hanno più scampo. Quel che sta succedendo a Como nel processo alla ‘ndrangheta di Cantù è un limpido certificato dello stato in cui è precipitata la Lombardia grazie a un esercito di irresponsabili. Qualche cronaca l’ha pur raccontato. Ma le testimonianze dirette dei pochissimi che, da osservatori, sono stati in aula, hanno visto e sentito, sconvolgono e indignano. Ma quale mafia silente che tende a starsene coperta perché le interessa solo farsi in pace i suoi affari. Silente è la società, piuttosto. Ed era ovvio che appena le istituzioni avessero iniziato a fare sentire la propria presenza questa comunità di “pacifici” signori avrebbe alzato la voce, minacciato, esibito la sua vera identità, come già dopo qualche dibattito pubblico nelle scorse settimane. Non manager, doppiopetti dell’economia, ma potere brutale, arrogante, con la pretesa di disporre di uno Stato infarcito di fuggiaschi e di corrotti.

A Cantù il mito della mafia silente che aveva arruolato investigatori e studiosi (e che ancora ne affascina la maggioranza) è stato mandato all’aria nel corso degli ultimi anni da incendi, colpi di pistola e spedizioni di piazza. E da questa occupazione rumorosa di un tribunale dove i magistrati vengono lasciati soli con il proprio senso delle istituzioni (complimenti alla presidente della Commissione regionale antimafia Monica Forte che ha scelto di andarci a mettere la faccia), tra minacce e insulti e fischi. E dove la presidente della corte Valeria Costi è stata costretta a sospendere pochi giorni fa il dibattimento per i boati scatenati dal pubblico. “Non si è mai visto qualcosa del genere nemmeno a Locri”, ha commentato allibita la pubblico ministero Sara Ombra, della DDA di Milano (in foto la responsabile della DDA Alessandra Dolci). Quante volte i pesci in barile, di fronte alle denunce della avanzata mafiosa in Lombardia, hanno risposto che “Milano non è Reggio Calabria”. Infatti. Sotto questi aspetti è peggio. Perché in Brianza, a Como e a  Lecco come nell’hinterland milanese, come pure a Reggio Emilia e dintorni, il tormentone politico che questi signori non esistessero e si dedicassero al massimo a una silenziosa e felpatissima “finanza”, ha regalato loro una sensazione di forza e di impunità con la quale ora siamo tutti obbligati a fare i conti, fino in fondo: prefetti e magistrati, questori e comandanti dei carabinieri, giornalisti e pubblici funzionari, imprenditori e ordini professionali, consiglieri comunali e regionali, sottosegretari e ministri, soprattutto (o no?) della giustizia e degli interni.

Quel che accade nel tribunale di Como è una perizia sullo stato della Lombardia. Non una perizia falsa, come quelle fatte per camorristi e ‘ndranghetisti da medici compiacenti, uno dei quali finalmente l’altro giorno è stato condannato duro per avere dichiarato cieco, in un istituto “d’eccellenza” di Pavia, il capo militare dei casalesi che sarebbe poi andato a uccidere quasi una ventina di persone. Questa è una perizia vera, perché certi spettacoli non nascono mai per caso, ma hanno dietro retroterra sociali profondi. Portano allo scoperto convenzioni e convinzioni radicate nel tempo. I testimoni che ritrattano in serie visibilmente terrorizzati, che un po’ accusano se stessi di dabbenaggine un po’ i carabinieri di avere falsato la realtà, sono il riflesso di una Lombardia già immortalata in questa veste in altri processi come in memorabili inchieste televisive (si veda ad esempio quella su Lonate Pozzolo, provincia di Varese, in “Presa diretta”). Confidiamo che i giudici, diversamente dalle attese degli imputati e dei loro avvocati, usino queste omertà non per assolvere ma, come chiede con precisione la legge Rognoni-La Torre, come prova della natura mafiosa dell’associazione (essendone previsti infatti come segni distintivi assoggettamento, omertà e intimidazione).

L’Italia intera guardi a questo processo e su di esso, non sui comizi, misuri da che parte stanno i pubblici poteri. La mafia non è quel che dicono esperti d’avventura, solo bigliettoni fruscianti e borsa. E’ soprattutto e prima di tutto questo: potere, contestazione della giurisdizione dello Stato, piccoli paesi e centri minori conquistati palmo a palmo. Specchiarsi in Milano dà più gloria. Specchiarsi in Cantù meno. Ma questo processo, così come già “Infinito” nell’hinterland milanese e a Monza, così come “Minotauro” in Piemonte o come “Aemilia” in Emilia, è per la lotta alla ‘ndrangheta un passaggio decisivo. Qui è Rodi, qui chi deve saltare lo faccia.
(P. S. Si attende ora il politico di turno che vada a Cantù e dintorni a sobillare i cittadini tuonando che “vi accusano di essere tutti mafiosi”; o amministratori e avvocati che querelino qualcuno accusandolo di avere affermato che “tutti i calabresi sono mafiosi”. Il copione della cultura mafiosa non sarebbe completo…)

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 28.2.19)