VITE STRAPPATE: QUELL’INFANZIA RUBATA AI BAMBINI

DI FRANCESCO FRAVOLINI

Vite strappate per sempre, un’infanzia rubata ai bambini. Storie complesse, difficili, tormentate, angosciate dove si delinea a piccoli passi il nuovo contesto sociale del XXI secolo. La famiglia è il bersaglio debole, sovente messo sotto accusa, per dare spazio a business spaventosi dove soltanto due sono le vittime indiscusse: minorenni e genitori. Nel volume di Antonella Betti ‘Vite strappate’ in Italia dagli anni ’70 ad oggi, Editrice Italia Semplice, Roma, gennaio 2019, l’autrice racconta in maniera lucida e diretta il potere della magistratura e degli operatori del settore (psicologi, assistenti sociali, mediatori, avvocati), i quali troppo spesso diventano i decisori della vita di un bambino, senza tralasciare la conseguente tragedia dei genitori. Antonella Betti denuncia a chiare lettere questo scandalo che nemmeno la politica riesce a intercettare per risolvere definitivamente la piaga sociale. Nel volume è bene evidenziata la malattia di un sistema che comincia a fare fatica ad auto-assolversi, mentre i casi aumentano costantemente (circa 40.000 sono quelli accertati fino ad oggi). Il fenomeno riguarda anche alcuni Paesi europei ed è necessario fermare questo scempio. Le case famiglia sono l’unico imputato del duro j’accuse di Antonella Betti, pronta a denunciare la facilità dei magistrati con la quale prelevano i bambini senza alcuna motivazione documentata. Nel libro viene espressa una problematica seria, oggettiva, riscontrabile che appare in maniera chiara già nella prefazione scritta dalla senatrice Paola Binetti. È un volume autobiografico che si porta dietro anche altre storie come quella di Ivan e Giulia, di Aurelio e Beatrice; la storia di Marcella, di suo figlio Marco e della mamma Luisa; il racconto di Sofia e di Daria con i suoi figli, per proseguire con un’analisi dell’evoluzione della famiglia nella storia, delle problematiche emergenti e delle politiche familiari. Con Antonella Betti vogliamo soffermare l’attenzione su questa anomalia del sistema italiano: politico, sociale, giudiziario.

Perché raccontare la tua storia?

‘Il libro è nato dall’espressiva necessità di esternare e raccontare il calvario e le persecuzioni subite, fatte anche di privazioni, intimidazioni, aggressioni fisiche e verbali, stalking, violenze sessuali-psicologiche, denigrazioni e diffamazioni al solo scopo di arginarmi e farmi restare nel torpore per sempre, pur di continuare ad agire indisturbati. La mia storia dopo quasi 37 anni sarebbe dovuta rimanere sommersa, ma ciò mi avrebbe condannato a vivere al buio, infelice e senza identità. È un testo autobiografico, un libro-inchiesta sulle testimonianze vere che dà voce anche a tutte le altre famiglie, anch’esse vittime-tacitate dal sistema. Resta un libro che permette di farmi emergere o di parlare di me nel modo più vero e reale, in quanto nel passato ero sempre il capro-espiatorio da diffamare, deridere ed arginare. Sono tante le storie presenti nel libro, voci silenziate dove la mia e quella dei miei fratelli (un maschio identico a me e due sorelle gemelle nate però entrambe con la Sindrome di Down, che a causa di queste persecuzioni subite a loro volta, non sono purtroppo più in vita), siamo tristemente dei “porta bandiera”, restiamo le voci più alte delle voci silenziate per troppi anni dal sistema, solo per evitare che tale macchina-sistema si inceppi finalmente oppure che vengano bloccati gli ingranaggi e smetta così di mietere vittime. Questo libro nasce dal bisogno di condividere un qualcosa che mi ha arginato e messo con le spalle al muro per troppo tempo, che mi ha annientato psicologicamente in quanto per un lungo periodo non sono stata creduta e per questo denigrata, derisa e lasciata al margine, pertanto il volume nasce a causa di questa necessità. Sicuramente resto un personaggio scomodo, che con coraggio e determinazione espone una brutta verità tacitata dal sistema per troppi anni, ma è proprio questa la mission del libro: la rivalsa, il riscatto, riuscire a riprendermi una parte di quello che mi è stato strappato’.

Con la narrazione hai fatto emergere le nefandezze della società senza escludere nessuna istituzione. Chi vorresti perdonare?

‘Vorrei riuscire a perdonare me stessa per il male gratuito che, essendo annientata psicologicamente, ho permesso che mi facessero, senza escludere le altre persone a me care. Quanto al resto, la strada del perdono, già intrapreso, è un percorso molto difficile, quindi occorrerà del tempo affinché riesca a perdonare. Per ora sono riuscita a lasciare andare il risentimento e la rabbia che nuocevano essenzialmente me stessa e di conseguenza mi impedivano di non essere lucida’.

Sottrarre bambini è la peggiore azione che possa adottare la magistratura. Se poi avviene senza una giusta motivazione c’è da preoccuparsi per il futuro dei giovani. Come giudichi l’operato dei giudici che troppo spesso demandano a servizi sociali e psicologi senza comprendere in prima persona la situazione sulla quale decidere?

‘I giudici troppo spesso “non super-partes” dovrebbero effettuare scrupolosamente ogni genere di controllo, comprendendone in prima persona la situazione sulla quale sono chiamati ad emettere la sentenza. È noto alle cronache che “bambini in una casa-famiglia portano un business da un miliardo e mezzo di euro ogni anno e sono circa 20-40 mila i minori ospiti di tali strutture”, l’affare vero e proprio consiste nel prolungare i tempi di permanenza, infatti solo un minore su cinque è affidato a coppie; in attesa sono e diventano figli delle Istituzioni, dei Tribunali, di una sentenza emessa da un giudice. Il meccanismo è questo, inoltre la retta agli istituti sia religiosi, sia laici viene pagata dai Comuni, soldi pubblici comunque, erogati fino a quando il bambino “resta ospite in casa”. Il reale business è tenerselo il più a lungo possibile, la media è all’incirca di 3 anni. Ogni ospite che risiede in una casa-famiglia costa dai 70 ai 120 euro al giorno e sono oltre 1800 le strutture distribuite da Nord a Sud, con alcune regioni fra cui Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Sicilia che raggiungono numeri più consistenti: tra i 250 e i 300 ospiti. Un problema ulteriore è dovuto al fatto che non esiste un monitoraggio attendibile ad oggi. “Gli orfanotrofi non sono spariti del tutto”, anzi sembrerebbe che alcuni siano stati convertiti in case-famiglia (anche due o tre comunità nello stesso edificio. Uno per piano’).

La politica che ruolo gioca in questo particolare momento storico?

‘Alla luce di quanto emerge nel libro posso affermare di appartenere ad uno Stato assenteista dove ogni intervento era simile a quello delle IPAB (ossia alle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza) bensì questo governo è molto attento, presente e sensibile a queste tematiche dove “va difesa la vita”, dunque siamo ritornati ad uno Stato interventista. Occorrerebbe “riconoscere il bambino come persona” in quanto il bambino è una persona. Se invece il bambino viene considerato come “oggetto di possesso o nel suo aspetto materiale” come di fatto avviene, ciò costituisce a monte il reale problema. Sarebbe utile arrivare a un disegno di legge che tuteli i diritti dell’infanzia e nell’esclusivo interesse dell’operato dei giudici, come anche del minore stesso; penso sia doveroso spostare l’ascolto del minore da 12 ad 8 anni, in quanto le ragazzine sviluppano molto prima. Ritengo che in questo modo verrebbe salvaguardata la vita, sacra ed inviolabile, nella sua totalità e sarebbe doveroso agire in questo senso per “tutelare i diritti alla vita: i diritti del bambino”. Tutto ciò diventa indispensabile proprio perché il bambino deve essere considerato una “persona” e tutti devono avere diritto alla sicurezza e al benessere. Ciò dovrebbe riguardare tutta la sfera dell’infanzia e rappresenta un dovere per la società che ancora non riesce a offrire tutela, benessere, sicurezza’.

I casi di sottrazione dei minorenni avvengono purtroppo in tutta Italia. Cosa non funziona e quale provvedimento suggerisci per eliminare alla radice questa triste realtà sociale?

‘Troppo spesso non viene data al minore la capacità di essere persona, di prendersi cura di se stesso, di divenire autonomo e responsabile; troppo spesso viene considerato “neutrale”, una sorta di “tabula rasa” di fatto non tenuto in considerazione, senza alcun rispetto né tutela per la sua libertà, per la sua autonomia e per il suo essere persona’.