LA SENTENZA DI TREVISO. AL CONIUGE SCANSAFATICHE NIENTE ASSEGNO DI MANTENIMENTO

DI MARINA NERI

Se l’ex moglie è una scansafatiche non ha diritto all’assegno di mantenimento.

Ancora una sentenza, stavolta del tribunale di Treviso, atta a fare discutere e a rimodulare le caratteristiche dell’assegno di divorzio.

Protagonisti della vicenda un facoltoso professionista con stipendio da cinquantamila euro annui, un appartamento lussuoso per vivere datogli in dotazione dall’azienda per la quale lavora e una donna sudamericana, trentacinquenne non lavoratrice.

A seguito della separazione la donna percepiva un assegno di mantenimento pari ad euro 1.100,00 mensili.

La separazione è una condizione propedeutica alla declaratoria della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Questa pronuncia deve avvenire a seguito di una precisa richiesta delle parti.

In questo caso la donna aveva presentato ricorso per ottenere il divorzio e, in sede di revisione anche degli accordi di separazione, aveva avanzato la richiesta di un aumento dell’importo dell’assegno di mantenimento fino ad euro 1.900,00 mensili.

Ella aveva precisato nel ricorso che non aveva potuto espletare alcuna attività lavorativa a causa dei continui spostamenti del marito e che era stata costretta ad abbandonare il suo paese di origine pur di stargli vicino.

Culturalmente evoluta, avendo conseguito in Italia la laurea breve in economia, aveva svolto per poco tempo mansioni di segretaria in un ufficio. Ma la donna avrebbe sostenuto che dette mansioni non confacevano alle sue aspirazioni e presto aveva lasciato il lavoro. Avrebbe cercato altri lavori idonei alle sue aspettative ma l’italiano incerto che parlava rendeva difficile la ricerca dell’impiego.

Il Tribunale di Treviso, in composizione collegiale presieduto da una donna, sulla scorta degli elementi probatori allegati alle richieste dalle parti, ha ,invece, statuito addirittura per la totale non erogazione dell’assegno.

Parrebbe la morale di una favola di Fedro: “ chi troppo vuole nulla tiene” .

Ma non si tratta di una favola e la ripercussione sul diritto vivente sarà notevole costituendo la fattispecie una evoluzione della giurisprudenza proprio in una materia scottante come il riconoscimento dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge.

Per il Tribunale di Treviso è vero che sussiste un divario economico abissale fra i coniugi. Ma la donna non avrebbe dato prova di impegno a ricercare una sua autodeterminazione, non sarebbe riuscita a dimostrare di aver contribuito anche con il suo “lavoro” casalingo a far crescere il proprio nido.

Quando la giurisprudenza considera il concetto di ” adeguatezza dei mezzi” richiesti dalla normativa in materia, lo deve attualizzare e rapportare ai casi concreti.

Si chiede, infatti, all’interprete di considerare tutta la storia di una vita insieme, le decisioni, le scelte, il contributo anche morale e in termini di risparmio realizzato, elementi tutti che concorrono alla crescita di una famiglia.

Nella fattispecie in questione parrebbe che questi elementi, presi in considerazione dall’organismo giudicante, difettassero.

Nell’atteggiamento della donna non vi sarebbe stato, infatti, “alcun apprezzabile sacrificio della signora, durante la vita coniugale, che abbia contribuito alla formazione o all’aumento del patrimonio” e non esisterebbe prova “che sia stata condivisa anche la decisione della signora di dimettersi dalle attività lavorative… Il solo invio di curricula non è sufficiente a provare l’ impossibilità di reperire un impiego”.

“Inerzia colpevole nel reperire un’occupazione” così la motivazione del rigetto della richiesta avanzata dalla ricorrente. Secondo i giudici la donna avrebbe “un’età che le consente di reinserirsi nel mondo del lavoro e possiede un titolo di studio facilmente spendibile”.

La normativa in materia dell’assegno previsto dall’art. 5 della legge 898/1970 ( legge sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio) ha fatto la storia del nostro paese e continua ad essere lo specchio fedele dei tempi. Essa è passata dal codice civile alla innovativa legge sul divorzio per giungere, con una parabola discendente, all’odierno Disegno di legge Pillon che fa tanto discutere.

E anche la giurisprudenza ha risentito nel tempo dei mutamenti di costume della società.

L’assegno di divorzio per l’ex coniuge diviene punto di forza, oggetto del contendere, casus belli, dando conferma a un detto antico e ancora pertinente: ogni testa un tribunale.

Si è passati dalla funzione assistenziale e compensativa dell’assegno, basata sulla incidenza del rapporto coniugale ormai infranto, a una funzione quasi risarcitoria dello stesso assegno quando si doveva tenere conto nella decisione dei motivi e degli addebiti.

Con la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 1990 assistemmo a una svolta interpretativa che affermava la natura prettamente assistenziale dell’assegno di mantenimento, facendo scaturire la sua concessione dalla valutazione dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, tali da garantirgli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio.

Questo per molto tempo fu l’orientamento applicato nei tribunali italiani.

Poi nel 2017 una svolta. Una sentenza a fare discutere e ribaltare un orientamento consolidato.

Contava il criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica, non il tenore di vita goduto nel corso delle nozze per valutare l’assegno al coniuge che lo richiede.

Il matrimonio cessa così di essere “sistemazione definitiva”: sposarsi, scriveva la Corte, è un “atto di libertà e autoresponsabilità”.

Nel giudizio sfociato nella pronuncia di legittimità era in discussione l’assegno di mantenimento che l’ex ministro dell’economia Grilli doveva corrispondere all’ex moglie, l’imprenditrice Lowenstein.

In poche parole, secondo la statuizione della Cassazione, laddove il richiedente fosse autosufficiente non poteva trovare ingresso la richiesta di contributo in capo all’altro coniuge.

Tramontava, quindi, il mito del ” tenore di vita” e l’ultrattivita’ degli effetti del matrimonio.

Lo stesso Berlusconi ringraziava di cuore per la prima volta i giudici di Milano.

La sentenza denominata Lamorgese, dal nome del relatore, rischiava tuttavia di generare forti squilibri se applicata senza accorgimenti e adattamenti alla realtà.

Investite della questione ancora una volta le Sezioni Unite della Cassazione, non essendoci univocita’ di pronunce fra le varie sezioni, si pronunciavano nel 2018, contemperando le opposte visioni.

Così si bandiva il concetto di ” tenore di vita avuto in costanza di matrimonio” , ma il criterio di autosufficienza ed indipendenza dovevano essere contestualizzati.

Secondo le Sezioni Unite ” il profilo assistenziale deve essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale si inserisce la fase di vita post matrimoniale, in chiave perequativa_ compensativa” ( sent. S.U. n. 18287/2018)

Più semplicemente non vi è un’applicazione automatica o un diniego automatico.

Il giudice deve effettuare una indagine per verificare se la condizione di squilibrio patrimoniale sia da ricondurre quale causa/effetto alle scelte dei coniugi e al ruolo di ognuno nell’ambito della vita familiare.

E l’assegno perderà la sua connotazione assistenziale per assumere nel momento della sua determinazione una valenza di riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dal coniuge economicamente più debole.

L’assegno divorzile oggi, anche con questa ultima sentenza non è più un atto dovuto, esso poggia su un principio di solidarietà che non scatta automaticamente alla cessazione del matrimonio.

Affinchè venga riconosciuto il diritto alla fruizione ed il conseguente obbligo alla corresponsione da parte dell’ex coniuge è necessario che il richiedente dimostri di avere cercato qualsiasi tipo di lavoro o che non sia in grado di potere lavorare per sostenersi.

Non è sufficiente, quindi, il principio del divario economico o l’antica condizione che il coniuge economicamente più debole non goda più del tenore di vita che si aveva in costanza di matrimonio.

L’Associazione avvocati matrimonialisti italiani in persona del suo Presidente, avvocato Gassani plaude alla sentenza e dichiara “ se c’è inerzia da parte di chi richiede l’assegno, il giudice non può riconoscerlo: diventerebbe una rendita parassitaria”.

È sterile prezzolare i sentimenti, quantificare un impegno, valutare un sacrificio.

È difficile depurare un assegno divorzile dal senso di sconfitta che esso reca con sé. Amara la cifra, sterile qualsiasi verdetto. Impietoso e freddo il gesto per chi lo da e per chi lo riceve.

Anche questa, quindi, una sentenza che farà discutere e chiamerà i giudici quali interpreti delle norme, cui la Cassazione ha attribuito una enorme responsabilità dovendo essi vagliare caso per caso e nel merito le situazioni prospettate, ad analisi puntuali e precise consapevoli che il loro giudizio con l’accoglimento o la negazione del diritto al mantenimento del coniuge economicamente più debole, avrà ripercussioni non sui portafogli ma su vite umane.