A PICCO LA PROPOSTA MAY DI ACCORDO BREXIT CON LA UE. E ADESSO?

DI ALBERTO TAROZZI

La May affonda. La sua proposta di accordo con l’Ue viene bocciata a Londra. I NO di troppo sono 149. La volta precedente era andata sotto di oltre 200. Un bicchiere tutto vuoto, con solo qualche lagrima in fondo.

Il ritorno da Bruxelles era stato accompagnato da segni di ottimismo. A Juncker che aveva avvertito “Ora o mai più”, Theresa aveva lasciato intendere che la brexit nuova versione poteva ricevere il beneplacito del parlamento britannico.

A dispetto del polverone da dialogo sui massimi sistemi veicolato dai media, lo scoglio decisivo era sempre quello: il manipolo dei deputati unionisti nordirlandesi (il Dup) e un buon numero di conservatori dissidenti con essi, avrebbero dovuto digerire il “temporaneo” mantenimento, mediante il backstop, dell’unione doganale con la Repubblica d’Irlanda. Termini ermetici  come “interpretazione giuridica vincolante” e “pannello arbitrale” erano stati aggiunti per costituire il sinonimo di “tra un anno o due chiudiamo i confini senza che nessuno ce lo possa impedire”.

Vale a dire che, con questa formula, si sarebbero placate due preoccupazioni: quella a marchio Ue, Merkel in testa, di non tagliare seccamente e subito in due l’isola irlandese; quella unionista nordirlandese e di molti conservatori che il così detto backstop, comprensivo dell’unione doganale, sarebbe rimasto per sempre e che Belfast avrebbe finito col dipendere sempre più da Dublino, allentando i legami con Londra.

Il Dup dapprima non aveva detto di no alla proposta, ma aveva preannunciato vigilanza e sospetti. “Leggeremo tutto riga per riga”. D’altronde era in buona parte su di loro che si giocava la partita. Corbyn, per i laburisti, aveva già garantito che, dalle sue parti, di voti, la May non ne avrebbe beccato nemmeno uno.

Incertezza con venature di ottimismo fino alla mattina di martedì. Ovvero dagli amici mi guardi Iddio. Perché è Geoffrey Cox, il general attorney, vale a dire il legale di fiducia del governo May, che si esibisce in un fuoco amico che non lascia scampo a Theresa. Complimenti d’ufficio al lavoro fatto dalla May, ma al tirar delle somme il nostro  decreta che, nonostante il nuovo accordo, il rischio che Belfast resti invischiata nel backstop fino a che morte non sopraggiunga rimane inalterato. Dup e conservatori dissidenti prendono atto e la frittata è completa.

Il dibattito parlamentare è una pura formalità e Theresa viene infilzata come un tordo allo spiedo. E adesso? Per la povera donna è la fine; per il resto d’Europa, immigrati italiani nel Regno Unito inclusi, è solo l’inizio del possibile caos. Sullo sfondo nuove elezioni oppure nuovo referendum, ma qui e ora che si fa? Colpo di fantasia cercasi. A botta calda si parla di rinuncia alla brexit (fantapolitica) o ancor di più di votare in giornata un no deal (uscita senza accordo) che per molti è come dire catastrofe collettiva: per il Sansone di Londra come per i filistei di Bruxelles; il voto ci sarà quasi per certo, ma darà probabilmente esito negativo perché il no deal è temuto da tutti

Temporeggiare ancora chiedendo un’ulteriore proroga che non si sa se verrà concessa? Sì ma con l’acqua alla gola. Le elezioni europee sono tra meno di due mesi e si rischia che vi debba partecipare un paese che oggi elegge dei delegati che domani avranno come solo compito quello di sbattere la porta e andarsene. Nel dramma i contenuti di una farsa.

Le prossime ore nel segno dell’incertezza. Di sicuro e condiviso c’è solo il giudizio su di un politico genialoide che aveva indetto il referendum sulla brexit pensando che il remain, da lui patrocinato, avrebbe vinto a mani basse.

Fioccano gli improperi. E a Cameron fischiano le orecchie.