I MERITI E LE COLPE DI ALLEGRI, ALLENATORE VINCENTE MAI AMATO DAI TIFOSI

DI DANIELE GARBO

Cristiano Ronaldo o Massimiliano Allegri: chi è stato più determinante della clamorosa rimonta della Juventus sull’Atletico Madrid ? Naturalmente è una domanda alla quale ognuno può dare la risposta che vuole e nessuno potrà mai dire quale sia quella giusta. Però possiamo metterla così: la notte dello Stadium è stata la grande vittoria di CR7, pagato a peso d’oro proprio per vincere partite come queste. Ma è stata soprattutto la grande rivincita di Allegri nei confronti di quanti lo avevano criticato (questo ci sta) e coperto d’insulti (questo invece non è tollerabile) dopo la gara d’andata, costringendolo a cancellare i suoi account sui social network.
Ma dopo la sbornia di qualche ora fa, analizziamo a mente un po’ più fredda l’impresa juventina. E cominciamo col dire – sia chiaro, senza nessuna intenzione di sminuirla – che era stata più clamorosa quella realizzata dalla Roma nei quarti di finale della scorsa Champions Legaue. Vediamo i motivi.
1° I giallorossi partivano dal 4 a 1 incassato al Camp Nou, un risultato peggiore dello 0-2 subito dalla Juve al Wanda Metropolitano.
2° L’avversario era il Barcellona di Leo Messi, squadra dal tasso tecnico superiore a quello dell’Atletico Madrid.
3° La Juventus ha una qualità media nettamente superiore alla Roma, con in più il fenomeno Cristiano Ronaldo, uno che, come abbiamo visto, risolve i problemi.
4° Il turno erano i quarti di finale per accedere alla semifinale, mentre la Juve ha superato gli ottavi.
Chiarito questo aspetto, vediamo quali sono i meriti di Allegri in questa storica impresa dei bianconeri. I suoi critici gli rimproverano che la squadra gioca male e si affida soltanto alle iniziative dei singoli. Con quei giocatori, garantiscono i soliti critici, la Juventus dovrebbe giocare un calcio champagne. Osservazione pertinente se riferita alla gara d’andata con l’Atletico, in cui i bianconeri si sono limitati a difendersi, senza mai tirare verso la porta avversaria. Una mentalità da piccola squadra, ha detto qualcuno, non da Juve.
Tutto vero. Ma con qualche distinguo. Cominciamo col dire che gli allenatori si dividono in due grandi sottospecie: quelli che insegnano calcio e imprimono il proprio marchio sulla squadra e quelli bravi a gestire gli uomini e le situazioni. Della prima categoria fanno parte Arrigo Sacchi, Pep Guardiola, Maurizio Sarri, Zdenek Zeman. Alla seconda appartengono Josè Mourinho, Fabio Capello, Massimiliano Allegri.
Conosco Max da molti anni, da quando era un talentuoso centrocampista offensivo nel Pescara di Galeone, e mi sta simpatico perché è uno sempre lucido, sereno, disincantato. E anche perché a fine carriera ha giocato in serie B nel Padova. Lo reputo più bravo come allenatore che come giocatore e una volta gliel’ho detto. Ci siamo fatti due risate, perché Max è un uomo di spirito.
Secondo me è un grande tecnico per la sua capacità di sdrammatizzare le sconfitte più brucianti e di non esaltarsi in occasione di grandi vittorie come quella con l’Atletico. In questi casi dà sempre il merito alla squadra, non alle sue scelte, spesso frutto di intuizioni da geniaccio livornese qual è Allegri. Capace di preparare i suoi ragazzi per disputare la partita perfetta, contro un avversario che fa giocare male chiunque.
Operando scelte che in questa occasione sono risultate decisive: a cominciare dalla decisione, che nessuno aveva previsto, di schierare Emre Can nella difesa a tre, per proseguire con la scelta di Bernardeschi (determinante con l’assist del primo gol di CR7 e poi con la splendida accelerazione che ha provocato il calcio di rigore all’84°) anziché Dybala; e infine con la decisione di mandare in campo Spinazzola, al debutto in Champions League.
I detrattori di Allegri sostengono che chiunque avrebbe ottenuto i suoi risultati con la squadra che gli ha messo a disposizione la società. Naturalmente non ci sarà mai la controprova, ma mi sembra abbastanza ingeneroso nei confronti dell’allenatore più vincente nella storia juventina.
C’è però una domanda che rimane nell’aria: perché la Juve non gioca sempre come ha fatto con l’Atletico a Torino ? A mio avviso la risposta è abbastanza semplice: perché partite di questa intensità, con queste motivazioni e questa concentrazione si possono giocare due o tre volte a stagione, non di più.
Inoltre c’è un aspetto che molti sottovalutano: in Italia la Juventus vince, anzi stravince, senza aver bisogno di giocare un grande calcio. Le bastano le invenzioni dei suoi giocatori di maggior talento per lasciarsi tutti alle spalle. E questo finisce inevitabilmente per impigrire le teste dei giocatori, portati ad adagiarsi nella convinzione che tanto, in un modo o nell’altro, il gol prima o poi arriverà.
Senza contare che, proprio perché la Juve non ha di fatto avversari da otto anni, il campionato italiano è diventato poco allenante, anche per via di un livello tecnico piuttosto modesto.
Insomma, credo che a fine stagione, comunque vadano le cose, si girerà pagina e la Juve cercherà un nuovo allenatore. Allegri vorrebbe andarsene da vincitore con la Champions League, l’unico trofeo che manca alla sua straordinaria carriera. Ma anche se dovesse lasciare con 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 finali di Champions League, non sarebbe comunque il congedo di un perdente.