IL BUONISMO NON FA MALE

DI LUIGI MANCONI

A sentire i commenti sulla “strage della bontà” o “dei buoni”, dalla trista sottocultura nazionale emerge un’insidiosa truffa ideologica. Quella, cioè, che pretende di distinguere i buoni buoni dai buoni cattivi e il buonismo nobile e generoso da quello ingenuo e sprovveduto e, infine, da quello sordido e criminale. La categoria di “buonismo” è tra le più indecenti del discorso pubblico, e Dio perdoni lo scellerato che l’ha coniata. In genere, infatti, sono state definite con quel termine le misure e le politiche razionali e intelligenti sulle questioni dell’immigrazione, dell’esecuzione penale, delle dipendenze da sostanze e della marginalità sociale. Già qui la menzogna si rivela attraverso un esempio semplice semplice. Prevedere che, prima di attuare lo sgombero di un palazzo occupato o di un campo rom o di un centro di accoglienza degradato, si trovi una diversa soluzione abitativa, è manifestazione di zuccheroso sentimentalismo o di sagace prudenza? Ma quello che è accaduto in questi giorni è ancora un’altra cosa.

Questo il messaggio subliminale inviato: i morti nel Boeing sono i volontari perbene, meritevoli di stima e cordoglio fino al punto di essere considerati “eroi nazionali”. E lo sono davvero, e posso testimoniarlo avendone conosciuti centinaia nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Ma dove sta la differenza tra i volontari morti nel disastro in Etiopia e quelli che soccorrono i naufraghi nel Mediterraneo? Gli operatori del Cisp e del World Food Programme in che cosa sono diversi dagli equipaggi di Open Arms e Sea Watch? Distinti i campi di intervento e le metodologie, pressoché uguali le motivazioni e le finalità. E allora? Si può sospettare che la diversità, che renderebbe i primi modelli di bontà e i secondi alleati dei “mercanti di carne umana”, sia da ricondurre a una categoria spaziale. I cooperanti del Cisp e del World Food Programme operano da lontano, fuori dal nostro sguardo, dalla nostra vita sociale e quasi senza alcuna influenza diretta su di essa. Al punto che, quando un volontario o un operatore metta imprudentemente a rischio, secondo i criteri dello stile di vita occidentale, la propria vita e la propria libertà, scatta la stigmatizzazione (magari mentre l’interessato si trova ancora nelle mani dei suoi rapitori): e si mettono sotto accusa “l’idealismo” e “l’irresponsabilità”.

Così che, accanto ai buoni buoni (tanto più se morti), si profila la categoria dei buoni scemi (che “costano un sacco di quattrini allo Stato”, per pagarne le ricerche o il riscatto). Qui sta un’ulteriore manipolazione. Ciò che disturba davvero in coloro che operano “da vicino” (magari a 50 miglia dalle coste italiane) è il fatto che interferiscano direttamente, e talvolta in maniera dirompente, nei nostri “affari interni”. Di chi salva un africano dalla morte per fame in Eritrea o dalla guerra civile in Sud Sudan possiamo ignorare tutto, sottraendoci a qualsiasi forma di responsabilità. Di chi soccorre un naufrago nelle acque del Mediterraneo, invece, finiamo col sapere tutto e siamo costretti a misurarne le implicazioni politiche, economiche e morali sulla nostra vita collettiva. Si dirà: è perché le Ong del Mediterraneo fanno politica e contestano le decisioni dei governi nazionali. Ma basta rovesciare il punto di vista e si scoprirà agevolmente che chi salva qualcuno dalle acque assolve al diritto-dovere al soccorso. Spetta alla politica scegliere come agire nei confronti di quello che è un principio assoluto. Infine, va considerato un altro effetto di questa cattivista retorica della bontà: l’esaltazione dell’attività di volontari, operatori e cooperanti rischia, attraverso il processo della loro idealizzazione, di mistificarne l’autentica fisionomia.

Essi non sono eroi, né idealisti nel senso evanescente e molliccio del termine: sono, piuttosto, persone serie e competenti, dotate di professionalità e di capacità tecnico-operative. La loro attività a tutela dei più vulnerabili si nutre di una lettura del mondo e delle sue ingiustizie che porta a valutare criticamente le politiche degli Stati e degli organismi internazionali. Essi, dunque, esprimono in qualche modo una visione che non si può non definire politica. Non sono “profeti disarmati” (categoria, peraltro, nobilissima) né ingenui sognatori, bensì conoscitori di quella misura indispensabile di economia, sociologia e demografia che risulta necessaria per la loro attività. E non è nemmeno giusto considerarli, perché totalmente volontari o sottopagati, come filantropi disinteressati fino all’ascetismo e alla santità.

Chi conosce la povertà più nera raramente è pauperista. D’altra parte, solo una concezione economicistica della vita impedisce di cogliere quanto pesino la gratificazione morale e il piacere del risultato nelle scelte di queste persone. Insomma, l’immagine dolciastra del volontario che oggi viene diffusa, corrisponde a una ulteriore falsificazione: il processo di angelizzazione strappa il volontario dalla materialità delle condizioni economico-sociali e geopolitiche nelle quali opera, e dalla fatica, dalla sofferenza e dal sangue, consegnandolo a una retorica innocua. Che lascia le cose esattamente come stanno. Insomma, come disse qualche anno fa Emma Bonino: “in mezzo a tanta efferatezza non mi sembra, poi, che un po’ di buonismo sia così scandaloso”.

Il Foglio 13 marzo 2019