LA CULTURA IN ITALIA VALE IL 6% DEL PIL, MA SI PUÒ FARE DI PIÙ

DI GIACOMO MEINGATI 
Ci aveva già pensato il best seller di Jeff Goins a dirlo: Real Artist don’t starve, i veri artisti non fanno la fame, e il rapporto “Io sono cultura” di Fondazione Symbola e Unioncamere, presentato al Touring Club di Milano, sembra davvero dare il colpo di grazia al luogo comune che con la cultura non si mangia. Secondo il rapporto nel 2017 il settore ha fatturato 92 miliardi di euro, che sono da sommare ai 153 miliardi generati dall’indotto più stretto per la cifra totale di ben 255 miliardi di euro in un anno. Si tratta del 6,1% della ricchezza totale prodotta in Italia. 
Il rapporto aveva l’obiettivo di quantificare il peso economico della Bellezza nell’economia nazionale, Bellezza che da sempre è il vero petrolio del nostro paese. Non solo a livello di patrimonio artistico, quindi musei, monumenti, siti archeologici, ma anche a livello di industrie creative, comprendendo architettura, design, cinema, editoria, musica, stampa, videogame, software, alle quali vanno aggiunte le aziende di creatività più tradizionale nei settori come manifattura e artigianato, rami di business in crescita in quest’ultimo periodo. 
La cultura nel suo complesso dà in Italia lavoro a un milione e mezzo di persone, una cifra cresciuta dell’1,6% tra 2016 e 2017, più della media nazionale ferma all’1%. Una buona parte di questi lavoratori sono giovani sotto i 35 anni, per la precisione un impiegato si su quattro, e in totale più della metà degli occupati del settore ha meno di 44 anni. Dati che vanno in netto contrasto con l’ultima media nazionale diffusa dall’Istat, che ha mostrato come a gennaio 2019 la disoccupazione giovanile sia arrivata al 33%, crescendo dello 0,3% rispetto a dicembre, mentre il dato generale è rimasto al 10,5%. 
Come specifica il rapporto di Symbola e Unioncamere, i creativi riescono a spendersi anche in altre imprese industriali. Trovano molto spazio i designer, gli architetti, i grafici, i fotografi e i comunicatori. Il settore cultura ha mosso 255 miliardi di euro nel 2017 grazie anche a un effetto moltiplicatore sul resto dell’economia pari all’1,8 per cui per ogni euro speso nel sistema ne vengono prodotti 1,8 in altri campi ad esso connessi. 
Le aziende di questi settori si contraddistinguono anche in un modo specifico o di organizzare l’impresa, quello della cooperazione, una realtà in grande crescita soprattutto nel mondo dell’arte e del turismo. In questi settori le persone occupate in cooperative sono cresciute del 10% nel 2017 sull’anno precedente e del 7% in generale. Due esempi su tutti sono Agrigento e il ghetto di Venezia, recuperati grazie a una rete di associazioni e coop locali, che oggi sono decisive per una riattivazione sociale ed economica in quelle zone. Come spiega la presidente di CoopCulture Giovanna Barni: «La forma della cooperativa mette al centro la persona e trasforma i clienti in una comunità, garantendo un legame con il territorio». 
Eppure l’Italia potrebbe fare di più, come spiega Ermete Realacci, il fondatore di Symbola, presidente onorario di Legambiente ed ex deputato del Partito democratico. «Perché il nostro Paese non sfrutta appieno le sue potenzialità? Innanzitutto c’è un problema di percezione sbagliata da parte degli italiani, siamo gli unici nell’Unione europea a considerarci peggio di come ci considerano gli altri, vediamo solo i nostri difetti – ha spiegato Realacci – E poi c’è un problema di mancata valorizzazione. Bisogna coinvolgere i Comuni e gli enti locali ma anche aprire ai privati. Per tenere in vita questa ricchezza serve partecipazione, bisogna allargare il più possibile». Realacci ha concluso citando il caso del Fondo Ambiente Italiano, che oggi gestisce con successo sessanta luoghi di interesse di cui trenta aperti al pubblico: «In Italia a livello di cultura abbiamo molto, troppo. L’unica soluzione è giocare all’olandese, usare tutti i player che ci sono a disposizione per sfruttare al massimo il patrimonio».