NIENTE SOCIAL AL LAVORO? IN FRIULI SCOPPIA LA RIVOLTA

DI CHIARA GUZZONATO

L’Italia è quel paese in cui se il nostro Pil crolla, il tasso di disoccupazione aumenta, il debito pubblico è alle stelle e siamo tutti sull’orlo del precipizio… tutti tacciono. Ma se ci viene impedito di entrare su Facebook, Instagram o Twitter durante l’orario di lavoro… allora sì, che facciamo un pandemonio.

Succede in Friuli Venezia Giulia: 3600 dipendenti, che si sono visti inibito l’accesso ai social network dal computer aziendale, hanno protestato a gran voce.

Che tra l’altro: chi mai usa ancora il pc per accedere ai propri account? Basta sguainare il telefonino, ed ecco che le noiose ore pagate possono essere riempite da video di gattini e gossip vari. C’è un paradosso: l’accesso è stato proibito anche a chi si occupa di comunicazione per l’azienda; come dire a un chirurgo di operare senza bisturi.

Vista la rivolta popolare, Sebastiano Callari, l’assessore che si era permesso di emanare tale folle direttiva, si è visto costretto a fare dietrofront dopo sole 24 ore, onde evitare di essere messo alla gogna. C’è da dire che la direttiva risale al 2009, e applicarla dieci anni dopo pare un po’ ridicolo, oltre a non essere affatto al passo coi tempi.

Secondo Alberto Marinelli, docente di Teorie e tecniche dei nuovi media alla Sapienza di Roma,  “negare l’accesso ai social significa quasi impedire a un dipendente di connettersi alla sua sfera privata, perché lui ha la sensazione che lì, sui social, ci sia un pezzo della sua vita”. Immaginate un po’ come siamo messi!

Pare che il binomio social network-poca produttività non sia fondato: secondo la multinazionale Millward Brown, specializzata in ricerche di mercato, l’utilizzo dei social migliora il rendimento (!). Ditelo a quell’ex segretaria di Brescia, licenziata poiché, su 6000 accessi a Internet, 4500 erano a facebook.com (ricordiamo: esistono gli smartphone, se proprio non volete farvi beccare).

L’azienda quindi non può proprio fare nulla? Secondo Mauro Ferraresi, insegnante di comunicazione di impresa alla Iulm, ognuno è libero di gestire le proprie pause come meglio crede (ma chi parlava di pause?). Il docente consiglia alle aziende di inibire alcuni siti, ad esempio quelli porno, e monitorare le ore passate sui social. Le ore eh, non i minuti. “Se sono troppe, ne chiederà conto. Questa modalità è presente da noi alla Iulm: se un docente passasse sei ore al giorno su Internet sarebbe legittimo domandargli perché”. Insomma, su otto ore giornaliere che passi a lavorare per me, ti pago un’ora, due di social. Ma se si tratta di quattro o cinque ore inizio ad arrabbiarmi eh.