DAL MAROCCO UN FILM CHE SFIDA IL RELATIVISMO CULTURALE

DI MICHELE ANSELMI

Michele Anselmi per Cinemonitor
Alla faccia del relativismo culturale, che spesso giustifica l’ingiustificabile in materia di condizione femminile, sarà consigliabile vedere “Sofia”, il film marocchino scritto e diretto dall’esordiente Meryem Benm’Barek, nelle sale da giovedì 14 marzo con Cineclub Internazionale Distribuzione. In quel Paese affacciato sul Mediterraneo vige ancora un articolo del Codice penale, il 490, in base al quale rischia da un mese a un anno di reclusione chi pratica rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Suona come un reperto del passato, una legge aggirabile, invece non è così.
Lo scopre sulla propria pelle la giovane Sofia, figlia di una famiglia medio-borghese di Casablanca. Durante una cena che dovrebbe siglare un buon affare economico, la ragazza, un po’ sgraziata e taciturna, si piega dal dolore in cucina. Era incinta e forse non lo sapeva, o aveva rimosso la maternità non avendo il pancione; ma ora che le acque si sono rotte non resta che fare qualcosa per evitare il peggio, se possibile senza guastare la festa ai parenti.
Una corsa in ospedale con la cugina Lena, emancipata e specializzata in medicina, le permette di partorire in tutta segretezza, ma a patto che se ne vada subito via, perché senza i documenti del padre finirebbero tutti nei guai.
Questo è solo l’inizio di “Sofia”: duro, quasi documentaristico, senza commento musicale, a tinte livide. Il dilemma morale arriva dopo, quando la ragazza, fisicamente provata e psicologicamente stordita, torna a casa con la frugoletta. Non le resta che rivelare chi è il padre e sposarlo, e a quel punto, messa alle strette, indicherà un disoccupato pure un po’ sciroccato, Omar, che viene dal quartiere povero di Derb Sultan e nulla sapeva, almeno così dice.
Nell’incedere degli eventi, mentre Omar per evitare il carcere riconosce “il fattaccio” e la famiglia di Sofia organizza un sontuoso matrimonio con l’aiuto della ricca zia sposata con un francese, emergono meschinerie, menzogne, ipocrisie, pregiudizi di classe, tornaconti personali. Niente è come sembra, e tutti, a partire da Sofia che forse non è così manovrabile come appare, hanno qualcosa da nascondere.
C’è quasi un retrogusto “soap”, sia pure in una chiave drammatica e severa, in questo film che offre uno sguardo interessante sulla vita femminile in Marocco. Da un lato le tradizioni soffocanti, dall’altro l’aspirazione ai costumi occidentali, in mezzo il retaggio di matrimoni senza amore, subiti nella speranza di sfuggire a un certo destino.
Più che la storia in sé, con qualche colpo di scena destinato a non deflagrare per salvare l’onore familiare, colpisce il concerto vivace delle donne in sotto finale: tra confessioni asprigne e complicità inattese, senso della realtà e sogni nel cassetto, mentre gli uomini coinvolti fanno tutti una discreta figuraccia.
PS. Segnalato dal Sindacato critici cinematografici, il film esce solo in lingua originale (francese e arabo) con sottotitoli. Meglio così.