IL POTERE D’ACQUISTO ITALIANO CALA DI MILLE EURO NEGLI ULTIMI SETTE ANNI

DI ALBERTO EVANGELISTI

Leggendo le analisi economiche, ma ancor prima basandosi sulle sensazioni della vita quotidiana di ciascuno, uno degli argomenti più frequentemente trattati in Italia è quello dell’impoverimento generalizzato delle classi medio basse. Detto in maniera banale, le famiglie italiane, di media, possono permettersi un tenore di vita più basso rispetto al passato. Detto in maniera più tecnica, invece, si è ridotto il potere d’acquisto medio nel nostro paese.

Di quanto? E, soprattutto, come mai? Allo scopo di rispendere a queste domande è recentemente stato pubblicato uno studio della Fondazione Di Vittorio, think-tank legato alla CGIL che analizza la capacità di spesa delle famiglie italiane negli ultimi sette anni.

Secondo quanto emergerebbe dallo studio, il potere d’acquisto medio in Italia si sarebbe ridotto di più di mille euro all’anno nel periodo di riferimento.

Lo studio è stato effettuato in un sistema a “prezzi fissi”, ossia rapportando i prezzi del 2010 a quelli attuali e modificando conseguentemente il salario dell’epoca.

Quanto emergerebbe mostra il quadro di una retribuzione media annuale che passa 30.272 euro del 2010 a quota 29.214 euro nel 2017, con una riduzione, appunto, di mille euro annui.

Già così il dato è tutt’altro che positivo, ma c’è dell’altro: il rapporto, oltre a valutare il potere d’acquisto italiano, ne paragona l’evoluzione con quella delle altre 5 maggiori economie dell’Eurozona, utilizzando dati elaborati dall’OCSE.

Anche in questo caso i dati non sono certo esaltanti: le retribuzioni annue tedesche, ad esempio, sono incrementate costantemente negli anni in esame; in Francia, e in parte nei Paesi Bassi, sono sì calate

nel 2017, ma registrano in ogni caso una crescita rispetto all’inizio degli anni 2000. Unico fra i Paesi in esame a presentare una similitudine col caso italiano è la Spagna.

Da cosa dipende questa diminuzione, peraltro il cui valore viene accentuato dal divario di rendimento con gli altri Paesi presi in Esame?

Sul fronte euro-scettico il primo imputato rimane da sempre proprio l’Euro: l’introduzione della moneta unica avrebbe, da un lato frenato l’economia e, dall’altro, causato una impennata dei prezzi, elementi appunto a base della caduta del potere d’acquisto nazionale.

Recentemente è stato a tal riguardo pubblicato uno studio intitolato “20 Years of the Euro: Winners and Losers” pubblicato dal Cep (Centre for European Policy) di Friburgo da cui emergerebbe una frenata dell’economia europea in generale e, fra le nazioni europee, dell’Italia in maniera particolare, proprio in ragione dell’introduzione della moneta unica.

In realtà i criteri di costruzione dello studio, in particolare la scelta dei Paesi di confronto, utilizzati per dedurre i livelli di crescita che i Paesi dell’area euro avrebbero avuto senza la moneta unica, hanno suscitato numerose perplessità sull’attendibilità dei risultati.

Oltre a ciò, occorrerebbe innanzitutto verificare le condizioni endocrine che hanno costituito terreno fertile per la creazione della particolare situazione italiana.

Sotto quest’ultimo aspetto, lo studio della fondazione Di Vittorio, evidenzia un ruolo significativo da attribuire sia al lavoro part-time, presente in Italia in maniera molto maggiore rispetto ad altre realtà europee, sia la crescita registrata dei lavori discontinui.

Tutto ciò comporterebbe che circa 4,3 milioni di lavoratori dipendenti possono contare su una retribuzione lorda fino a 10 mila euro l’anno; di questi, ben 2,4 milioni arriverebbe a soli 5 mila euro.

In aggiunta, la presenza nella tassazione italiana di un cuneo fiscale notevolmente marcato, finirebbe per amplificare il divario già esistente, con difficoltà concrete nell’aumentare i salari e, quindi, sollevare il potere d’acquisto dei lavoratori.

In definitiva, la scarsa crescita delle retribuzioni nazionali costituisce al contempo uno degli effetti, ma anche una delle cause, dello scarso livello di sviluppo del Paese: ciò provoca infatti gravi disagi alla condizione sociale ed economica dei lavoratori e, più in generale, delle persone, facendo lievitare peraltro tipologie di lavoro povero, rappresentando in tal modo una delle cause della precaria situazione emergenziale dei conti pubblici italiani.