IO SONO LA TUA TAV, NON AVRAI ALTRA TAV AL DI FUORI DI ME

DI ALBERTO BENZONI


Se sei stato appena eletto a una carica istituzionale o politica hai due strade aperte davanti a te. Puoi fare una dichiarazione rituale (tipo “sarò il presidente, o il segretario di tutti”) o un tantino più impegnativa per metterti poi immediatamente al lavoro. Oppure puoi marcare il tuo avvento con un gesto fortemente simbolico: Giscard che percorre a piedi e in pullover i Campi Elisi; più ancora Mitterrand che, accompagnato da uno stuolo di rappresentanti del movimento socialista e di esponenti del terzo mondo, entra poi da solo nel Pantheon dei padri della patria per deporre un mazzo di fiori sulle tombe di tre di loro. O, per citare un caso italiano, Franceschini che va a Ferrara, una delle città simbolo della Resistenza, per giurare fedeltà alla Costituzione.
Conoscendo Zingaretti, e la sua scelta costante del basso profilo, davamo tutti per scontato che avrebbe seguito la prima opzione. Cosa che del resto ha fatto; sentendo però il bisogno impellente di adottare anche la seconda. Ma per andare dove? O per veder chi?
Anche qui le possibilità erano molte. Poteva andare a Rosarno. O a San Ferdinando. O incontrare una rappresentanza dei manifestanti di Milano. Oppure annunciare un incontro con l’adolescente svedese, simbolo di un nuovo impegno internazionale per l’ambiente. Oppure vedere Landini o, per stare più sul sicuro, andare a trovare Prodi a casa sua. O, infine, il massimo impatto con il minimo sforzo, recarsi alle Ardeatine.
E, invece, nulla di tutto questo. Al suo posto, il viaggio verso il santuario salvifico con la relativa unzione di guardiano della Vera Fede. E’ la nuova versione del viaggio iniziatico di Bossi verso le sorgenti del Po con al posto del fiume sacro un’opera sacra, la Tav, simbolo e fonte ispiratrice delle magnifiche sorti e progressive del nostro paese e, già che ci siamo, dell’Europa. Al punto di ritenere criminale il semplice fatto di ostacolarla o di rimetterla in discussione.
Pure i motivi per rimetterla laicamente in discussione ce ne sarebbero eccome.
Ricordando che la Torino-Lione fa parte di un pacchetto di ben trenta “corridoi”, varati nella seconda metà degli anni novanta e ispirati a una valutazione molto ottimistica sul futuro economico e politico del nostro continente. E che, dei quattro progetti riguardanti il nostro paese, ce n’era uno, la Berlino-Palermo, che era, nazionalmente parlando, assai più rilevante e di cui però si sono perse le tracce.
Tenendo presente che il “corridoio mediterraneo” che, per inciso, doveva collegare Lisbona a Kiev e che ora, partendo da Madrid, si ferma a Budapest non ha nulla di Mediterraneo; né nel suo percorso né nel suo impatto economico.
Aggiungendo che una discussione seria sulla Tav dovrebbe tenere presente anche le opzioni alternative: manutenzioni, sistemazioni idrogeologiche, potenziamento della rete ferroviaria nel Mezzogiorno (sempre che il Mezzogiorno esista ancora…) e così via.
E interrogandosi, in conclusione, sulla sensatezza di una proposta referendaria, limitata a Piemonte e Lombardia (perché no, allora, la valle di Susa e Torino?); qui e oggi un’offesa al resto del paese e una bestemmia, in prospettiva una specie di “fai da te” per la quale, a decidere su questa o quella opera pubblica di rilievo nazionale saranno i cittadini delle aree interessate alla medesima.
Per ricordare, infine, agli smemorati per scelta, che a opporsi alla Tav non sono solo i grillini barbari e ignoranti ma il gruppo verde al Parlamento europeo, italiani compresi.
Il fatto è però che i Tavisti, Pd in testa, rifiutano qualsiasi discussione. Perché per loro e soprattutto per il Pd, il dire sì all’opera prescinde da qualsiasi esame del merito; e, se vogliamo, da qualsiasi riflessione seria sulle strategie da perseguire una volta chiusa la faccenda (resa del M5S; compromesso al ribasso per ambedue i contendenti; nuove elezioni? Si accettano scommesse). Essendo, questo, un articolo di fede o, più propriamente, un riflesso pavloviano.
Si dice di sì all’opera perché “la vuole l’Europa” (dimenticando che questa Europa che prende dall’Italia molto di più di quanto le da; mentre ha buone ragioni di lamentarsi per il fatto che non riusciamo a spendere che in minima parte le risorse poste a nostra disposizione).
Si dice sì all’opera perché, parlando di rilancio dell’economia, una bella opera pubblica è la prima cosa che viene in mente (dimenticando “l’asfaltar no es guberna”: lo disse Largo Caballero a Primo de Rivera nella Spagna degli anni Venti; ma la battuta ha un valore universale).
Si dice sì all’opera perché la vuole il Nord (dimenticando che esiste ancora la “questione meridionale”).
Si dice sì all’opera perché la vogliono anzi la esigono gli industriali cui da decenni il Pd ha affidato le sorti economiche del paese (dimenticandosi del fatto che siano stati del tutto inadeguati a svolgere questo ruolo).
E, infine, e soprattutto, perché la Torino-Lione e una delle tante eredità di un passato in cui si è detto sempre di sì e a tutto; e in un contesto in cui la continuità fa, oramai in modo automatico, premio sulla discontinuità.
E così sia.