SUICIDI DA LAVORO IN ESCALATION. E SE LI CHIAMASSIMO OMICIDI DI STATO?

DI MARINA NERI

Sono tanti, troppi gli imprenditori italiani, i lavoratori in standby, gli esodati, i disoccupati che gettano la spugna, schiacciati da inefficienze dello Stato che camminano a braccetto con gli strascichi della perdurante crisi economica.

Le cifre sono impressionanti, dal 2012 al 2018 ben 937 suicidi per “motivazioni economiche” ,e fra questi il 42 per cento dei casi riguarda imprenditori, con una concentrazione elevata nel nord est del paese.

Un nord est traino dell’economia nazionale ma che ha risentito pesantemente della crisi e della inettitudine politica a trovare rimedi esaustivi per fronteggiarla.

La rilevazione è stata fatta dall’Osservatorio suicidi per motivazioni economiche della Link Campus University .

Dal 2012 l’Istat non pubblica più i dati sui suicidi con l’alibi di dire che chi si uccide non è dato sapere se lo faccia davvero per problemi economici.

” Non si può andare avanti così”.

Questo è il tenore del j’accuse di chi decide di porre fine alla sua vita a causa della situazione economica che stritola, annienta, annebbia e poi uccide l’anima al punto da non far trovare alcuno spiraglio di speranza.

L’imprenditore in diritto commerciale e civile è il titolare dell’impresa ed è colui che organizza uomini e mezzi in funzione del raggiungimento di un utile, comunemente definito ” profitto”.

Uomini e mezzi.Egli, quindi,ha un ruolo ed una funzione di grande responsabilità.

Un imprenditore onesto in ginocchio schiacciato dalla crisi,imbavagliato dalle storture bancarie, strozzato dalle maglie del fisco e della burocrazia, è molto di più di un uomo in ginocchio.

È il ” motore di un paese” che si inceppa, si ingolfa, è l’orgoglio del made in Italy delle piccole e medie imprese che affonda, annega, sotto lo sguardo distratto di uno Stato assente quando non correo.

Di uno Stato biscazziere e ingrato come nel caso di Sergio Bramini, imprenditore cui è stato tolto tutto per essersi trovato nella morsa dei debiti e neppure per sua negligenza: sono stati i crediti insoluti della P.A. a innescare, infatti, il circolo vizioso che lo aveva portato a incatenarsi e a iniziare una ostinata e al momento vincente battaglia legale.

L’imprenditore nell’immaginario collettivo e nella visione ancora romantica del mondo è colui che ha un progetto, lo fa vivere, crescere, lo rende idoneo a portare frutti per se stesso e per i suoi collaboratori e dipendenti.

Poi la crisi, le difficoltà, quelle banche che prima idolatrano e poi abbandonano .

Quei fidi concessi, allargati, estesi col sorriso e poi, come pescatori che hanno buttato la rete, alla prima difficoltà, la raccolgono e stringono e stritolano chi non ha liquidità per rientrare.

E scatta il meccanismo delle garanzie a sostegno del credito, così le case si ipotecano,i conti corrente si pignorano.

Inesorabilmente l’ingranaggio si inceppa.

Un senso di solitudine e di impotenza pervade l’anima.
E quel tracollo, magari il più delle volte incolpevole, perché i disonesti viaggiano, invece, verso paradisi fiscali e società offshore, viene bollato dai tribunali: fallimento!

Inequivocabile sentenza. Spietata sentenza. Non lascia respirare. Non è un transeunte momento.

È la morte civile. Non è una debolezza passeggera che si risolve con la forza dell’impegno.

È un fascicolo in un tribunale. Carta che contiene vita resa numero.

Lapidaria condanna, senza scampo.

Dietro ogni suicidio di lavoratore o imprenditore c’è un filo conduttore quindi: l’estrema difesa della dignità.

Dignità, ultima ricchezza rimasta agli imprenditori, ai disoccupati, ai disperati che, stanchi delle solite manfrine politiche spregevoli e mai risolutive, hanno preferito, a torto o a ragione, non deve sindacarsi mai un gesto estremo, cedere le armi, arrendendosi al buio senza speranza in cui sono precipitati.

Dignità che l’ultimo imprenditore, in ordine di tempo a suicidarsi, Emanuele Vezu’ aveva voluto tutelare proprio con il suo gesto estremo.

Era il titolare della Italservice che aveva creato nel 1995. Una florida azienda negli anni novanta leader nel settore della commercializzazione dei ricambi per elettrodomestici da cucina.

Una impresa nata dal nulla, creata con la voglia e l’energia di chi imprende ed intraprende e ci mette il cuore, la passione e il desiderio di realizzazione per sé, la sua famiglia e i suoi dipendenti che divengono nucleo di affetti e stima essi stessi.

La crescita, i successi divisi e condivisi.

Poi gli anni della crisi. Della concorrenza non sempre leale. Dello Stato che abbandona a se stessi ricordandosi solo dei figli al momento della opprimente pressione fiscale.

Il declino di un sogno. Internet che avanza e soppianta i vecchi sistemi di vendita. La gente preferisce l’e_commerce, acquistare su Amazon piuttosto che rivolgersi al rivenditore.

La moglie di Vezu’ ha dichiarato che il marito aveva provato a restare al passo coi tempi. Poi l’imminente necessità di dovere mettere in liquidazione l’azienda.

Un fallimento per un uomo che in quella “organizzazione di uomini e mezzi” aveva incentrato la sua vita, la sua scommessa col futuro.

E una mattina di pochi giorni fa un suo operaio lo ha trovato in ditta appeso ad un cappio pendente da uno scaffale.

Aveva passato il cappio attorno al suo collo, si era legato le mani per negarsi anche l’ultima ipotesi di ripensamento e si era lanciato nel vuoto della sua solitudine.

Muore suicida il povero, il borghese e il ricco e la loro scelta finale è identica. “Difendono la loro
dignità non comunicando, un autoesilio che li conduce in un vicolo cieco, un tunnel buio, senza scampo”, questo afferma in una intervista a Today il responsabile di Angeli della Finanza, Domenico Panetta.

Trattasi di una associazione che ha sedi in tutta Italia, nata nel 2014 con lo scopo di aiutare imprenditori e famiglie vittime della crisi.

Resta il rammarico in chi non ha compreso, il dolore in chi conserva solo il ricordo e la rabbia della gente comune che assiste impotente ad epiloghi di epopee lavorative e di vite umane che si immolano in nome della loro dignità.

Trema lo Stato dinanzi a queste statistiche amare.
Il suicida economico in fondo crea disagio a chi, Istituzioni in primis, avrebbe dovuto tutelarlo e non lo ha fatto.

Chi si lancia nel vuoto, chi si impicca, chi si spara, chi si dà fuoco è chi non ha più voce per urlare il suo disappunto e l’abbandono delle Istituzioni non è solo istigazione al suicidio, è un vero e proprio ” omicidio di stato”.

La dignità è il valore intrinseco dell’esistenza umana che ogni uomo, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per sé stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta.”( wikipedia).

Lasciare inascoltate le parole di chi bussa alle porte delle istituzioni, essere indifferenti alle richieste di chi rivendica solo il suo diritto al lavoro, a crearlo, a mantenerlo o a eseguirlo, significa assumersi la responsabilità della morte di vite innocenti e relegare la Dignita’ definitivamente ed inesorabilmente al rango di Utopia!!!.