TRAME NORD COREANE E NON SOLO

DI GUIDO OLIMPIO

Nella foto la ragazza vietnamita accusata dell’omicidio del fratellastro di Kim.
Non ci sono solo le foto satellitari dei movimenti nei siti missilistici nordcoreani ad allarmare l’intelligence occidentale. Un altro enigma è rappresentato dalle attività nelle ambasciate della Repubblica popolare democratica di Corea nel mondo. Le sedi diplomatiche operano come grandi collettori di fondi e prodotti di lusso per il regime assediato dalle sanzioni. Gli ambasciatori sono incaricati anche di cercare di acquistare tecnologia «dual use», civile e militare. In sostanza, sono necessariamente molto ben informati sulle tattiche di Kim Jong-un. Ecco perché i diplomatici della Nord Corea sono «merce preziosa». Lo prova la vicenda di Jo Song-gil, l’incaricato d’affari a Roma, scomparso a novembre. La sua storia si ricostruisce tra salti temporali e incongruenze ancora non spiegate.
3 gennaio 2109: i servizi segreti sudcoreani rivelano da Seul la fuga di Jo Song-gil, risalente al novembre precedente. Sostengono che Jo è un personaggio di spicco, perché è figlio e genero di ambasciatori potenti e vicini ai Kim, dicono che ha trovato protezione in Italia. Inizialmente il caso «non risulta» al ministero degli Esteri italiano. Poi la Farnesina precisa.

20 novembre 2018: una nota verbale dei nordcoreani alla Farnesina aveva informato che Jo sarebbe stato sostituito entro due o tre settimane. Il cerimoniale italiano chiede la restituzione delle credenziali del partente per accreditare il successore. Problema: non è possibile, perché Jo è sparito. Dopo lo scalpore, il caso torna in sonno.

Primi di febbraio. Diplomatici e spie sono in fermento, si avvicina il nuovo summit Trump-Kim, accadono «cose». Il 2, secondo il quotidiano El Paìs, si verifica uno strano episodio nel quartiere di Aravaca, a Madrid, lo stesso dove sorge ambasciata nord coreana. Prende fuoco una centralina telefonica ed elettrica, pare un incidente, ma qualche settimana dopo saranno eseguiti nuovi controlli. Per una ragione molto più seria.

19 febbraio. Di nuovo da Seul viene diffusa la notizia che la figlia di Jo, diciassettenne, è stata fatta rientrare a Pyongyang, forse contro la sua volontà. A questo punto l’ambasciata nordcoreana a Roma sostiene invece che la ragazza ha scelto di rientrare perché in disaccordo con lo stile di vita «occidentale» dei genitori e con la defezione. Sempre i nordcoreani rivelano che Jo lasciò l’ambasciata di Roma la notte del 10 novembre 2018, dopo un litigio. Loro però, fino al 20 novembre non dissero niente alle autorità italiane.Significativa la dichiarazione alla Bbc di Kim Jeong-bong, ex direttore dell’Istituto per la Sicurezza Nazionale del governo sudcoreano: «Avremmo potuto apprendere da Jo quali istruzioni aveva dato Pyongyang per assecondare la nuova linea del dialogo di Kim Jong-un. Penso che Jo sarebbe stato una miniera di informazioni, peccato che ora, con la figlia tornata a Pyongyang, non possa presumibilmente più parlare per timore di ritorsioni del regime su di lei». Ci si chiede intanto dove sia l’ex diplomatico Jo: ancora sotto la protezione dei servizi segreti italiani? I segugi sono a caccia di dati, tasselli, dossier. A tutto campo. Qualche giorno dopo è un evento in Spagna a confermare il «safari» spionistico

22 febbraio. Un commando fa irruzione nella sede diplomatica nord coreana a Madrid. Prendono in ostaggio alcuni dipendenti, frugano, si impossessano di computer. Riescono a scappare in modo rocambolesco usando due mezzi trovati all’interno, una pattuglia della polizia li manca di un soffio. Stranamente la Corea del Nord non presenta denuncia. Passano i giorni, molte le illazioni. Poi è El Paìs a fornire una ricostruzione: almeno due degli intrusi sono collegati alla Cia. Secondo le fonti il vero obiettivo era materiale legato all’attività di Kim Hyok-chol, l’ambasciatore espulso nel 2017. Una volta tornato in patria è diventato – a sorpresa – uno dei negoziatori con gli Usa, ha preso il posto di Han Song-ryol, pare vittima di un’epurazione. Gli 007 americani speravano di trovare documentazione riservata in vista dell’importante appuntamento internazionale?

27-28 febbraio. Ad Hanoi, in Vietnam, si svolge il secondo summit tra Trump e Kim. Un incontro preceduto da grandi aspettative, ma che si chiude con un fallimento. Prima e dopo il vertice c’è un continuo flusso di allarmi da parte di esperti e intelligence, imbeccate per sottolineare come Pyongyang abbia ripreso i lavori in alcuni siti militari. Non si esclude neppure che il Maresciallo possa eseguire qualche test, magari con il lancio di un satellite. Sono ancora gli 007 a condizionare, in qualche modo, il gioco.

1 marzo. Sul web appare un messaggio degli attivisti del gruppo Cheollima, si presentano come oppositori, avrebbe garantito protezione al figlio del fratellastro di Kim. Affermano di aver creato un governo provvisorio in esilio. Un’azione limitata e propagandistica, ma che potrebbe annunciare altre mosse. A Pyongyang, ossessionati come sono dalla minaccia interna/esterna, prenderanno contromisure. Possibile che i servizi speciali cercheranno di individuare i dissidenti. Da mesi circolano voci sulla presenza di team inviati dal regime per tenere d’occhio tutto e tutti. Nel caso possono agire. La fuga del diplomatico a Roma li ha scossi, temono che altri possano seguire l’esempio.

11 marzo: Siti Aisyah, indonesiana, accusata con un’altra ragazza vietnamita di aver ucciso con il veleno il fratellastro di Kim Jong-un all’aeroporto di Kuala Lumpur nel febbraio 2017, viene sorprendentemente liberata. La Procura malese ha rinunciato a processarla per omicidio. Prende così più forza la versione delle due ragazze: credevano di partecipare a un gioco tv tipo Scherzi a parte. Resta invece in carcere e sotto processo l’altra «comparsa», la vietnamita Doan Thi Huong.
Secondo l’accusa lo «scherzo» mortale sarebbe stato organizzato dai servizi segreti nordcoreani, che avevano ricevuto l’ordine di eliminare Kim Jong-nam, fratellastro del Maresciallo Kim, sospettato dal regime di tramare con potenze straniere (Cina e Usa). Il gruppo di nordcoreani sospettati di aver manovrato le ragazze per il delitto, pur individuato dalla polizia malese, è stato fatto ripartire per Pyongyang subito dopo il delitto, nel febbraio 2017. Gli agenti operavano dall’ambasciata nordcoreana di Kuala Lumpur, alcuni avevano copertura diplomatica.
14 marzo.La magistratura malese decide di tenere in prigione Doan Thi Huong, la ragazza vietnamita ritenuta responsabile della morte di Kim Jong nam. I giudici non spiegano i motivi, forse hanno ritenuto che la sua posizione sia diversa da quella della complice, l’indonesiana Siti Aisyah. Nel momento dell’assalto alla vittima è Doan a spruzzare il veleno mentre la complice passa un panno sul volto di Kim. La sicurezza ha in mano elementi che incriminano la giovane? Oppure il suo destino è appeso ad un «chiodo»che non vediamo? Anche qui è possibile immaginare a manovre in una realtà molto fluida. C’è spazio per tutto, compreso uno sfregio all’ambasciata nord coreana di Kuala Lumpur: sulla parete esterna appaiono slogan di protesta scritti con uno spray nero.
Da Corriere. It