ROCCO, DALLA CALABRIA A PADOVA PER FARE L’EDICOLANTE. “EPPURE SONO UN MUSICISTA”

DI CHIARA GUZZONATO

Non è la notizia di un giovane che “ce l’ha fatta”, di uno che, lottando con le unghie e con i denti, alla fine è riuscito a realizzare il proprio sogno, superando la crisi, i genitori contro, i vari “è un mestiere morto”. Questa volta raccontiamo una storia di realtà, di sacrifici, di rinuncia alle proprie passioni.

È la storia di Rocco Valenzisi, venticinquenne calabrese che ha lasciato la sua terra per trasferirsi in una frazione di Padova, Cadoneghe. Rocco, dimostrando di essere un giovane per nulla choosy (per citare una nostra ex ministra), ha riaperto l’edicola del paese: “In Calabria non lavoravo, ma ho uno zio che vive in zona: gli avevo chiesto se per caso vi fossero delle occasioni di lavoro per me e lui mi ha parlato dell’edicola. Allora ho colto l’occasione, ho lasciato tutto e mi sono trasferito. Eccomi qua”. L’aspetto “triste” della storia però, è ciò a cui Rocco ha dovuto rinunciare: diplomato al conservatorio come violinista (dopo dieci lunghi anni di studio), ama suonare Mozart e sperava di fare della musica il proprio lavoro. Così non è stato, però: “Non ci sono grosse occasioni nella mia regione per un musicista e per un giovane in generale,- commenta -se non lavoretti saltuari, qualche matrimonio la domenica. Anche a trovare un lavoro fisso e in regola, gli stipendi sono comunque bassi”.

I residenti, in compenso, sono davvero contenti della riapertura del chiosco, che aveva chiuso i battenti due anni fa. “Si sentiva molto la mancanza di un’edicola” dice un signore, entrando a comprare il quotidiano, “il quartiere lo attendeva. Rocco è gentile. So che di soldi ne servono tanti, adesso che è all’inizio: per quando sarà pronto sarebbero utili il Lotto e il Superenalotto e anche una fotocopiatrice, per gli anziani che non hanno una stampante o figli vicini».

Questa storia ci ha fatto riflettere. Abbiamo pensato a come dev’essere dura per un ragazzo lasciare la propria casa, la fidanzata, i genitori, e trasferirsi a centinaia di chilometri per intraprendere una nuova attività che non rispecchia ciò che sognava. Ma poi ci siamo detti: quante persone fanno davvero ciò che sognavano? Quante lavorano nel campo che le appassiona?

Fatevi una domanda. Se il vostro “io ragazzo” vi vedesse ora, sarebbe soddisfatto del mestiere che state facendo? E quando alla scuola superiore vi chiedevano “cosa vuoi fare da grande?” rispondevate con l’impiego che avete ora? Ci piacerebbe sapere in quanti state rispondendo sì.