SEI NAZIONI – L’ITALIA DELLE OCCASIONI PERDUTE S’ARRENDE ANCHE ALLA PEGGIOR FRANCIA DI SEMPRE

 

DI FLAVIO PAGANO

Un proverbio napoletano, con amara ironia, recita: «’O cane mozzeca ‘o stracciato». Il significato è chiaro ed impietoso: spesso la sorte punisce chi è già in difficoltà. Ed è verissimo. Così vero che persino il campo da rugby, sport notoriamente ostico al dominio della dea bendata, ne ha dato una clamorosa conferma.
Le partite, nel rugby, le costruiscono i giocatori. Non è come il calcio, dove un palo, un rigore, un episodio qualunque, può facilmente condizionare la partita. Nel rugby il teorema è chiaro: il più forte vince.
Eppure ogni sfida, in fondo, ha in sé un proprio destino, una sua propria inerzia, una tendenza contro la quale chi è in campo deve sapersi battere con la stessa forza con cui affronta l’avversario.
Ed è prima di tutto questa la battaglia che l’Italia oggi ha perso.
Dare tutto non è bastato. Costruire il doppio, se non il triplo delle azioni pericolose costruite dalla Francia, non è servito a niente. La sfortuna ci ha letteralmente perseguitato. Ma possiamo davvero chiamarla «sfortuna»?
Forse no. Forse dietro le beffe del destino cè una deficienza nostra: una mancanza di carattere, di fiducia, di quella capacità di rendersi conto che in campo non si va per dimostrare di essere bravi e forti: ma per il più semplice e pragmatico desiderio di vincere.
Oggi abbiamo preso il bonus, ma quello delle mete mancate o annullate. Le abbiamo provate tutte, abbiamo dominato la partita e il campo, eppure siamo usciti ancora una volta sconfitti. Scornati, anzi. E umiliati dall’ultima pugnalata dei francesi, che ci ha esposto a un divario ingiusto nel punteggio finale.
Siamo una squadra mediocre, ma da oggi rischiamo di diventare anche una squadra sfigata: ed è ancora peggio.
I giocatori non hanno più alcuna certezza. L’ansia di segnare e vincere li logora, li corrode. E spesso li offusca: come quando abbiamo preferito rinunciare a un facile calcio piazzato per inseguire l’avventuroso sogno della meta.
Per ben due volte, quando abbiamo deciso di calciare, abbiamo fallito (una delle due trasformazioni era praticamente un rigore a porta vuota) e alla fine questi errori hanno comportanto una continua ansia da punteggio, un ininterrotto e disperato inseguire un avversario che, più sembrava alla portata, più riusciva a beffarci con facilità inaudita.
Gli attacchi Azzurri sono stati tutti il risultato di marce forzate lungo il campo, di sacrifici inani, di lotte senza quartiere. Le mete transalpine, invece, folate facili e leggere. Coltellate nel burro.
Eppure era una Francia ai minimi termini: a tratti imbarazzante.
In questo rugby di passione dolorosa all’italiana, c’è tutto il dramma di una squadra che non capisce più niente. In piena crisi di identità. Che ha collezionato un record umiliante di sconfitte consecutive.
Non sarà facile uscirne. E ora arrivano i Mondiali: attenti anche agli avversari sulla carta più deboli di noi, perché questa Italia è capace di perdere con tutti.