SPAL – ROMA 2-1. VERGOGNA GIALLOROSSA (E STAVOLTA IL TECNICO NON C’ENTRA)

DI JACOPO MORRONI

“Se non si va in Champions, si cambia aria in parecchi. Ho detto ai ragazzi dall’inizio che devono meritare quello che guadagnano”. Le parole di Ranieri nel post partita fotografano la situazione giallorossa alla perfezione, minacciose quanto determinate. O iniziate a correre, o tornate ai vostri Siviglia, Atalanta, o ovunque vogliate. Ma non a Roma. Giocatori molli, spenti e senza verve, una rosa assemblata apparentemente a caso, una società che si permette di dire “Non consideriamo neanche l’idea di non andare in Champions”. No, caro Massara? Davvero non lo considerate? Perchè o siete miopi ed analfabeti, oppure credo che una classifica la sappiate leggere. Al momento, l’unica competizione per cui la Roma sembra di poter lottare, è l’Europa League.

Parlare a lungo della partita equivarrebbe ad insultare fin troppo i giocatori in campo. Mi limiterò a dire che nel primo tempo la Spal ha il 65% del possesso palla, e fondamentalmente tutte le occasioni. Il gol di Fares arriva su un ennesimo cross dalla trequarti, con Karsdorp che viene divorato dall’esterno ferrarese sullo stacco di testa, e Fazio, improponibile, osserva tranquillo senza cenno d’intervento. La formazione iniziale giallorossa non è ben messa: sulla destra Karsdorp e Kluivert si pestano i piedi, annullandosi a vicenda, e lasciando voragini che neanche le peggiori buche di Roma possono eguagliare. Nzonzi (fresco del soprannome social “Nzombie”) è lento come un bradipo sotto allucinogeni, e Cristante vaga senza meta. Schick sembra brillare nella prima mezzora, più libero sulla trequarti ma poco efficace nella rifinitura. La “Spal Madrid”, perchè tale oggi sembrava, invece fa densità al centro col centrocampo a cinque, e sfrutta Fares e Lazzari a tutta fascia, che fanno impazzire i “difensori” giallorossi, così come Missiroli, mai marcato a centrocampo. Per amor di pace, non approfondisco su Marcano.

Nella ripresa entrano Perotti e Zaniolo, e la cosa per dieci minuti sembra funzionare: Zaniolo dà fisicità accentrandosi e Perotti tenta almeno di saltare l’uomo. E’ Zaniolo che propizia con un buon filtrante il rigore procurato da Dzeko e traformato da Perotti. Il pareggio sembra dare un attimo di speranza ai millecinquecento romanisti accorsi a Ferrara, ma è un attimo fuggente: pochi minuti dopo Petagna si guadagna un rigore dall’altra parte, poi finalizzato. Rigore dubbio, incerto, e che ancora una volta non viene rivisto al VAR. L’utilizzo di questo strumento resta imbarazzante, e rivedere, per poi nel caso confermare la propria decisione non costa nulla. E a continuare così vien da pensar male…

Il risultato resta di 2-1, la Spal prende una traversa e Viviano para molto bene l’unico tiro vero della Roma, da parte di Dzeko. La Roma vive di lanci lunghi, di palloni buttati nel mucchio senza alcuna convinzione, quasi senza speranze. La Spal fa invece quel che dovrebbe fare la Roma. Precisa, ordinata, e pronta ad accelerare quando serve. Pur non facendo una gara spettacolare o particolare, la Spal gioca al pallone con cervello ed un minimo di cuore, e le parti si invertono. I biancoazzurri sembrano quelli da quarto posto, e la Roma una piccola che annega e quasi non tenta più di salvarsi. Sei minuti di recupero non bastano per vedere un brillio qualsiasi in casa Roma, e al triplice fischio il volto di Ranieri è tutto un programma.

La Roma perde gettando la più grande occasione del suo campionato, perchè domani arriva il derby di Milano, e vincendo sarebbe stato matematico recuperare qualcosa almeno ad una delle due concorrenti. Ma quello a cui si assiste è l’ennesima gara svuotata, regalata, inutile. Per Monchi, artefice della più grande Caporetto tecnica che si ricordi a Trigoria, rimane la via della fuga nella calda Siviglia. Un uragano in piena regola arrivato dalla penisola iberica, che ha investito Roma fuggendo veloce, e ha lasciato dietro sè case scoperchiate e macerie fumanti. E la Champions si allontana, tanto da diventare un miraggio confuso all’orizzonte del deserto tecnico in cui la Roma, come un viaggiatore senza mappa, è costretta ad errare.