80 ANNI DI TRAP E QUELL’UNICA PARTITA CHE VORRESTI RIGIOCARE

DI DARWIN PASTORIN

E, così, caro Giovanni Trapattoni, sono 80. E non sei cambiato per niente, anzi: ti vedo su Instagram, dove ti ha “portato”, con felicissima intuizione, tuo nipote, sorridente, allegro, sempre pronto alla battuta. I miei sono auguri dettati dal cuore e dalla nostalgia.

Ci siamo frequentati a lungo, io cronista, tu allenatore: sei sempre stato corretto, sincero, per non parlare delle sfuriate che finivano, sempre, con una stretta di mano e un sorriso. Sei arrivato alla Juve, dopo i fasti da calciatore nel Milan, cresciuto alla scuola solida di Nereo Rocco, nello stesso anno, il 1976, in cui cominciavo a scrivere da Torino per il “Guerin Sportivo” di Italo Cucci. Che tempi, ricordi?

Il calcio era vicinanza, lealtà, rapporti corretti, allenamenti aperti, interviste esclusive senza nessun filtro di addetto stampa, lunghe trasferte a parlare, non solo di pallone, ma di vita, passioni, futuro. Hai vinto tutto, portando la tua arte, fatta di concretezza e sudore, zolle e determinazione, in giro per l’Europa, sempre conquistando trofei e tifosi.

Germania, Portogallo, Austria, Irlanda, ma anche la nazionale italiana, con quel mondiale (2002) gettato al vento, agli ottavi di finale, per colpa di Byron Moreno, arbitro ecuadoriano, che ve ne fece di tutti i colori contro la Corea del Sud. Una eliminazione assurda, grottesca. E tu che vorresti rigiocare solo una partita: quella. Per proseguire nel sogno della Coppa più lucente.