CHI ERA ILARIA ALPI, LA GIORNALISTA CHE VENNE ASSASSINATA IN SOMALIA 25 ANNI FA

DI CHIARA GUZZONATO

Molto spesso il giornalismo d’inchiesta, quello che ci porta nei luoghi caldi del mondo e ci fa sapere cose che avremmo preferito non sapere, ha conseguenze gravissime sull’inviato. Basti pensare che dal 1992, anno di inizio delle rilevazioni, sono stati uccisi più di mille colleghi inviati in tutto il mondo. Si possono vedere tutti i dati sul sito “Committee to Protect Journalist” (https://cpj.org): se selezioniamo il 1994, e mettiamo come territorio di ricerca la Somalia, il risultato ci darà tre nomi, due dei quali a noi tristemente familiari: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati insieme il 20 marzo di 25 anni fa.

In questi giorni si è tornato a parlare della giovane giornalista e della sua morte, sulla quale non si è ancora fatta piena chiarezza. I legali della famiglia si sono opposti all’ennesima richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma (la precedente nel 2013), sostenendo che sul caso sarebbero subentrate nuove risultanze, “riportate e commentate ovunque, ma, quasi incredibilmente, non esaminate dal pm”. I genitori di Ilaria, entrambi deceduti, non sapranno mai la verità sul torbido caso legato all’assassinio della propria figlia: gli avvocati, però, continuano a lottare per scoprire la verità.

Ma chi era Ilaria? Classe 1961, diplomata al Liceo Tito Lucrezio Caro di Roma, iniziò presto a collaborare come inviata dal Cairo con “Paese Sera” e “L’Unità”, grazie all’ottima conoscenza di arabo, francese e inglese. Vinse poi una borsa di studio e venne assunta in Rai. Fu proprio come inviata della Radiotelevisione Italiana che raggiunse la Somalia per la prima volta, nel dicembre del 1992: il suo compito era seguire la missione di pace Restore Hope, promossa dalle Nazioni Unite per porre fine alla guerra civile scoppiata nel paese un anno prima, dopo la caduta del dittatore Siad Barre. Ilaria, però, svelò cose che era meglio non svelare: un possibile traffico di armi e rifiuti tossici, nel quale sarebbero stati coinvolti anche i servizi segreti italiani. Secondo quanto scoperto dalla giornalista, i paesi industrializzati europei inviavano rifiuti tossici in Africa: in cambio, i politici locali ricevevano tangenti e armi. Molte le coincidenze: qualche mese prima dell’assassinio della Alpi e del cameraman Hrovatin, era morto in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) Vincenzo Li Causi, che aveva informato Ilaria sul traffico illecito.

La Alpi e Hrovatin vennero uccisi fuori dall’ambasciata italiana a Mogadiscio, capitale somala, mentre si trovavano a bordo della vettura che avrebbe dovuto portarli all’hotel Hamana, a pochi metri da dove persero la vita. Quel giorno Ilaria aveva intervistato Abdullah Moussa Bogor, sultano di Bosaso, una città a nord del paese; secondo quanto raccontatole dall’uomo, alcuni funzionari italiani avrebbero intrattenuto stretti rapporti con il governo dittatoriale di Siad Barre negli anni Ottanta. Proprio ciò che sosteneva Robert Oakley, l’ambasciatore USA in Somalia “che ce l’aveva con l’Italia”, come lo appellava “Repubblica” in un pezzo del 7 marzo 1993.

Dopo aver parlato con il sultano, Ilaria era salita a bordo di alcuni pescherecci ormeggiati, sospettati di venire utilizzati per i traffici illeciti. Le navi, inizialmente di proprietà di una società di diritto pubblico somalo, dopo la caduta del dittatore erano divenute di proprietà di un imprenditore italo-somalo.

Una storia piuttosto intricata, la storia di una giovane che, forse, aveva aperto un vaso di Pandora che era meglio lasciar chiuso. Chissà che, dopo un quarto di secolo, si possa finalmente fare chiarezza sull’accaduto.