#GENERAZIONE1000EURO VS #MACHENESANNOI2000: IL TEN YEARS CHALLENGE DI UNA GENERAZIONE CHE HA FALLITO

DI ALBERTO EVANGELISTI

Correva l’anno 2009 quando in Italia usciva il film “Generazione 1000 Euro”, in cui Alessandro Tiberi, Francesco Mandelli, insieme alle avvenenti Carolina Crescentini e Valentina Lodovini, in una trama a commedia, a tratti surreale e con l’immancabile storia d’amore inserita, rappresentavano, i disagi di una generazione, quella nata fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, improvvisamente resasi conto di dover sopravvivere con lavoro precario e 1000 euro al mese.

Il film iniziava con un monologo iniziale del protagonista: “Il mio nome è Matteo moretti e sono un luogo comune: avete presente quei giovani non più così giovani di cui ogni tanto parlano in Tv, scuotendo la testa con rassegnazione? Ecco, quei giovani sono io. Guadagno 1000 euro al mese per fare un lavoro che non mi piace, in una azienda a cui non piaccio io, e tutti non fanno altro che ripetermi quanto sono fortunato; non so se mi rinnoveranno il contratto, non so dove sarò fra sei mesi, non so quale sarà il mio futuro, non so niente di niente. È un po’ come se fossi il personaggio minore di un videogioco non tanto bello, quello che faccio lo decide qualcuno che non sono io; l’unico lusso che mi concedo è, non solo non credere nei sogni, ma non credere neppure nella realtà: è semplice e ti rende possibile sopravvivere; quello che mi succede, non mi riguarda, tutto qua.” Il 2009, nel film, veniva indicata come “l’unica epoca dell’umanità in cui c’è gente che se ne torna in Molise” e la generazione come “la prima che sta peggio di quella dei propri genitori”.

In effetti, già nel 2019, la fotografia di quella generazione era abbastanza sconfortante: cresciuta nella frivolezza e nella promessa di un miglioramento continuo delle proprie condizioni grazie agli anni 80, al mito degli yuppies, alla “Milano da bere”, a “Beverly Hills 90210” e “Non è la RAI”, si è approcciata al mondo in periodo di globalizzazione con l’ingenua convinzione, più che con la speranza, che la tecnologia che stava rendendo il mondo più piccolo, la avrebbe resa più libera, ricca e spensierata.

Il risveglio è però stato un po’ come una doccia fredda a cui nessuno ti ha preparato: gli all’epoca venticinque-trentenni (oggi trentacinque-quarantenni), erano una generazione preparata, forse la più preparata che ci sia mai stata, la prima multiculturale, multilingue, vissuta assieme all’informatizzazione fin dall’adolescenza. Ciò nonostante si è scontrata con un mercato del lavoro che non le ha mai permesso di inserirsi veramente, relegandola nel ruolo dell’eterno precario in nome di una flessibilità che non è mai stata realmente regolamentata e non si è mai veramente trasformata opportunità, mantenendo esclusivamente i connotati di un limite.

Meno lavoro, meno diritti, meno consapevolezze per il futuro e possibilità di fare progetti, quella generazione, la mia generazione peraltro, ha man mano accantonato le proprie ambizioni, le proprie competenze e, in gran parte dei casi si è accontentata dei margini risicati che la società offriva, con il timore di perdere anche quel poco che si fosse riuscita a conquistare a impedire una qualsiasi forma di protesta reale.

In realtà era successo prima, fra la fine dei 90 e l’inizio dei 2000, quando da Seattle era partita la protesta no global che nel 2001 arrivò anche in Italia a Genova. Persa quella battaglia, sconfitta quella visione, nulla ha più messo in crisi la visione della globalizzazione come bene assoluto, almeno fino ai giorni nostri in cui l’argomento, con diverse sfaccettature, sta tornando all’ordine del giorno.

Da quel 2009 ad oggi è stata una discesa continua, tanto che se dovessero riproporre il medesimo film nel 2019, probabilmente si dovrebbe chiamare “generazione 800 euro”.

Per alcuni scrittori e opinionisti, il problema di fondo di questa generazione è l’assenza di momenti fondativi di una visione unitaria: ciascuno pensa per sé in una sorta di nichilismo svogliato.

 

Tommaso Labate ne parla in un libro che ha, non a caso, intitolato “I Rassegnati”, descrivendo una generazione sorretta dall’inerzia, per la quale non è ancora (e a questo punto probabilmente mai) arrivato il ruolo di guida nel mondo. Questo peraltro a dispetto del fatto che, in realtà, un ricambio generazionale della leadership politica c’è stato: Renzi prima per il centro-sinistra e Salvini ora dal lato opposto, hanno di fatto certificato l’esistenza di ruoli di vertice anche per la generazione dei quarantenni. Tuttavia, da questo ricambio non è mai realmente arrivata una attenzione concreta ai problemi della generazione, troppo difficile da governare forse, troppo divisa per ottenere da ciò un patrimonio politico, probabilmente.

Dopo dieci anni, siamo arrivati invece al “ma che ne sanno i 2000”, hashtag molto in voga nella goliardia dei quasi quarantenni che ci si rifugiano come in una sorta di coperta di Linus con cui autoconvincersi che, in fondo, la nostra è proprio una gran generazione, fortunata per ciò che ha avuto.

Abbandonate per molti ormai le speranze di realizzare i propri sogni, per altri addirittura abbandonato il fatto in se di farli i sogni, l’unico punto attorno al quale questa generazione pare in grado di radunarsi è la nostalgia del bel passato.

Ovviamente l’effetto nostalgia non è prerogativa assoluta dei quarantenni: il vedere con commozione e rimpianto gli oggetti, i film, le musiche del passato è un processo costantemente presente in ogni persona ed ogni generazione.

La differenza è che, per molti quarantenni, è l’unico momento realmente identificativo come generazione: i link con le sigle dei cartoni anni 80, delle serie tv anni 90, dei primi cellulari o il rumore inconfondibile del collegamento con i primi modem, tutti rigorosamente con l’hashtag #machenesannoi2000, nel tentativo esorcizzante di autoesaltare ciò che siamo stati per non pensare che, in fondo non sappiamo cosa siamo e, peggio, cosa saremo.

I 2000, invece, cosa sono sembrano averlo capito abbastanza bene: partono con il vantaggio non da poco che nessuno gli ha mai prospettato l’esistenza di un lavoro sicuro, magari statale, nella precarietà giunta non come doccia fredda, ma come normalità. Arrivano peraltro in un momento in cui, dopo vent’anni, anche la politica inizia necessariamente a dover fare i conti con certi problemi, elaborando soluzioni che, giuste o sbagliate che siano, vadano nella direzione di normalizzare la qualità della vita in epoca di precariato cronico. Dimostrano peraltro una certa coscienza e consapevolezza del mondo: certamente la manifestazione mondiale di venerdì pro-ambiente non è sufficiente per battezzarla come una green generation, ma di certo ha permesso di assistere ad uno dei pochi fenomeni mondiali d’interesse e di antagonismo non violento (per ora) da diversi anni a questa parte.

Il rischio concreto per i quarantenni, cinque anni più cinque anni meno, è quello che, mentre stanno pazientemente in attesa di un ruolo, ingannando il tempo ascoltando la sigla di Lupin (rigorosamente versione fisarmonica!) o rimembrando i bei tempi degli squilli al cellulare, fra un aperitivo e l’altro con le amiche, facendo finta che questi dieci anni non siano mai trascorsi, i “2000” che guardano con compassione, gli rubino il posto senza troppi problemi.

Ma tanto, che vuoi che ne sappiano i 2000.