LA LUCE DELLA POESIA TRA LE ANIME PERSE. INTERVISTA A UMBERTO PIERSANTI

DI LUCA MARTINI

Le anime perse forse hanno una chance per uscire dal loro inferno, anche se solo per un attimo. Può accadere infatti che la loro voce diventi per un attimo percepibile, sfugga all’assordante rumore di fondo della disperazione e dell’indifferenza. Le anime perse trovano un potente alleato quando un poeta, uno scrittore, si mette in ascolto, di loro e in qualche misura misteriosa anche di se stesso.

Umberto Piersanti è molte cose allo stesso tempo, un poeta famoso e studiato ovunque, un narratore a tutto tondo, un professore universitario, un saggista, ma è forse più semplicemente un uomo capace di intuire, capire, di rendere una vita, in un verso o in una frase, di sorprendere e illuminare.
In uno dei libri che risaltano in questa confusa stagione, Anime perse appunto, edito da Marcos y Marcos, Piersanti ha raccolto diciotto storie vere – che lui ha reso più vere – scovandole nei centri di recupero del Montefeltro, in quelli che una volta sarebbero stati manicomi criminali. E ora con Alganews discute di questo, ma soprattutto di parole e di realtà, di web e di poesia (naturalmente) in un incontro che è una piccola grande lezione di letteratura.

Da dove nasce in un poeta la tentazione della prosa?

«Scrivere in prosa o in versi comporta una maniera diversa di guardare il mondo e di usare la parola. Non posso raccontare in modo dettagliato una vicenda, un viaggio, una battaglia in una poesia. In quest’ultima la trama, meglio il tessuto narrativo, si riduce generalmente a ben poco: dominano contemplazione ed emozione, magari anche riflessione. Un esempio per tutti: L’Infinito leopardiano.  È vero, sono un poeta che non si muove su una dimensione puramente interiore: nelle mie liriche ci sono vicende, favole e riflessioni. Il tutto però giocato dentro la brevità e l’intensità assoluta dello sguardo. Nella montagna di genga, poesia della raccolta I luoghi persi (Einaudi), c’è un mitico pastore che si avventura attraverso gli spini, verso la vetta di una montagna che sconfina in uno spazio magico e incantato, privo di dolori e della morte. Torna poi indietro condotto dalla nostalgia per la casa, la terra, la concretezza del mondo. Questa storia avrebbe potuto essere il soggetto di un lungo racconto. Chiuderla in pochi versi significa adottare un’altra maniera dello sguardo e della scrittura. Dal romanzo L’uomo delle cesane uscito da Camunia nel 1994 ad Anime perse pubblicato dalla Marcos Y Marcos, ho lavorato su due forni. Sempre però consapevole della profonda differenza di cottura. Dunque, per me, la narrativa non è stata una semplice “tentazione” ma una necessità. Certo, prevale la poesia: e in varie descrizioni naturalistiche così come in alcuni scandagli interiori credo che si avverta lo sguardo del poeta. Non penso però di essere incappato nei miei quattro romanzi e nel mio libro di racconti, nell’errore di fare della narrazione una lunga lirica come talora succede a molti poeti».

Ha scritto degli ultimi, storie di disperati. Perché proprio ora, caso o necessità?

«Ho iniziato per caso. Ero andato nell’Alto Montefeltro dove il mio amico, il sociologo Ferruccio Giovanetti, dirige una struttura, Atena, di grandi dimensioni sparsa in tutto quel territorio. Davo una mano a organizzare e commentare le fotografie degli ospiti, in particolare quelle delle tante edicole religiose alle quali si era interessato precedentemente anche Tonino Guerra. Ferruccio mi ha fatto conoscere la vita, le vicende, le aspirazioni delle persone presenti nelle sue strutture e mi ha invogliato a scriverne. Lui ha scelto diciotto storie che mi raccontava volta per volta: io non abitavo lì e spesso andavo e ritornavo in giornata. Quando Ferruccio aveva finito il suo racconto, andavo dalla sua segretaria e glielo dettavo, interpretandolo e arricchendolo, non alterando però i fatti. Ho detto “dettavo” perché non avevo dinnanzi nessun appunto scritto: le parole erano tutte nella mia mente; le 188 pagine sono state tutte dettate, la loro natura è totalmente orale. Queste storie mi hanno coinvolto. Anime perse è il libro più “narrativo” che abbia scritto. Nei miei romanzi c’è sempre un personaggio principale nel quale mi sono proiettato, anche quando, come Marco de L’estate dell’altro millennio, viveva in un tempo diverso. Al contrario in quest’opera sono dovuto entrare nella mente, nel cuore, nelle fibre di gente che mi era lontana. Ho dovuto dunque, per quel che si può, fuoriuscire dal mio io ed affrontare una realtà che mi incuteva anche un certo timore. Senza la spinta di Ferruccio Giovanetti, senza i suoi racconti, questo libro non sarebbe nato: Ferruccio ne è, a tutti gli effetti, il coautore».

Chi è, se c’è, il lettore ideale di Anime perse?

«Non so se ci possa essere un lettore ideale. Vorrei un lettore che sapesse cogliere l’intensità del narrato, le descrizioni paesaggistiche, i momenti lirici. Nello stesso tempo dovrebbe avere una dimensione simpatetica, ma non pietista, verso queste anime perse».

C’è qualche sua poesia (o raccolta) che accosterebbe a questo libro, qualcosa che nasce da un’esigenza simile?

«L’urlo della mente, uscito da Vallecchi nel 1977, racconta una mia nevrosi ossessiva derivata da un incontro di tipo latamente religioso da me vissuto in modo traumatico. E ancora ne porto qualcosa di più delle conseguenze. In quel libro dominava il mio dolore, in Anime perse, quello di altri esseri umani. Il dolore li accomuna in situazioni diversissime».

Perché tutti pensano di saper scrivere una poesia? In fondo non tutti credono di poter costruire una seggiola…

«La poesia è un componimento breve, un romanzo necessita di una progettualità prolungata nel tempo. Molti possono suppore di essere invasi da un sacro furore che, almeno per qualche momento, li porta a scrivere parole memorabili. La spinta, nella maggioranza dei casi, è reale ed autentica: ma non è sufficiente. Le parole debbono essere precise ed assolute: se Leopardi avesse scritto “colle ermo” invece di “ermo colle”, L’infinito ne sarebbe stato compromesso. Inoltre ci si costruisce una propria lingua poetica, leggendo gli altri, dagli antichi ai contemporanei. E in Italia sono molti quelli che scrivono ma non troppi quelli che leggono».

Lei quando ha capito di essere un poeta?

«Alle Medie ho cominciato a scrivere un poema in versi ambientato in Atlantide, di cui ricordo un solo verso “e della piana fece un cimitero // d’ossa e di teschi biancheggianti al sole”. Gli autori di riferimento, Omero e Salgari. Poi ho continuato con novelle e drammi. Attorno ai vent’anni mi sono concentrato sulla poesia. Quando furono pubblicate alcune poesia sulla Tribuna del Salento che un ospite della mia famiglia aveva trovato in un cassetto e mandato al giornale, ho pensato che non avrei più smesso di scrivere versi».

Che cosa pensa di fenomeni web come Atticus o Rupi Kaur? La poesia sul web a volte viene usata come i motti dei Baci Perugina.

«Anche sul web possono essere scritte buone poesie. Non per snobismo, ma per la mia scarsa comprensione del web, non ho letto gli autori citati. Ho letto invece Francesco Sole e lo ritengo orrendo. Penso che l’assoluta maggioranza di questi instapoets sia meno che modesta. È vero: c’è un uso della poesia che assomiglia a quello delle frasette dei Baci Perugina».

Che cosa pensa che il web abbia dato alla poesia? Lei è più apocalittico o integrato?

«Non sono né apocalittico né integrato. Sul web ci sono siti di tutto rispetto e oggi si può godere di una possibilità di farsi conoscere ed apprezzare anche quando non si è incontrato il favore editoriale. Tuttavia l’alluvione di poesia e spesso di poeticume rende difficile individuare i valori autentici. La poesia non aveva subito la sorte della narrativa dove il giallo, l’horror, il fantasy, insomma il genere, hanno messo in un angolo tutto il resto. Adesso sembra fondamentale anche in poesia avere molti followers e così quasi certamente ti pubblicherà Mondadori magari fuori della celebre collana Lo specchio ed anche Einaudi sarà rafforzato nella sua ricerca del personaggio piuttosto che dell’autore».

Che cosa farebbe leggere a una persona giovane per fare capire subito che cosa è la poesia? Un testo suo o dei suoi autori preferiti.

«Inizierei con i poeti italiani in modo di non dare come prime letture testi magari magnificamente tradotti, ma che restano sempre traduzioni. Ecco delle poesie esemplari di alcuni degli autori da me amati: L’Infinito di Leopardi, I fiumi di Ungaretti, La casa dei doganieri di Montale. E per quel che riguarda la mia opera: Nel tempo che precede, La giostra, Viola d’inverno».

Come si capisce che una poesia è brutta? Si capisce dalle parole usate, dal significato?

«Ognuno di noi ha un setaccio dove passano solo certi grani. Il grande Croce non ha capito Montale ed Ungaretti. E ha giudicato grandi autori oggi pressoché inesistenti. Questo però avviene solitamente di fronte a testi significativi. Nella grande maggioranza dei casi l’uso di banalità, di “poeticismi” e il dominio di un verso inappropriato e casuale, ci permettono di identificare il brutto».

Di chi sono le parole delle poesie? Da dove nascono, dove sono nascoste? Sono dentro o fuori di noi?

«Non c’è nessuna entità che ci detta le parole della poesia mentre magari siamo in uno stato di confusione medianica. Sono dentro di noi e l’“ispirazione” le deve tirare fuori e disporre sulla pagina aiutata dalla ragione, anche tecnica, e dalla riflessione. Le parole sono però entrate dentro di noi anche attraverso quelle degli altri, anche attraverso lo sguardo sugli alberi, i cieli e le vicende umane».