PERCHÉ MARENCO É IL PIÚ GRANDE UMORISTA ITALIANO

DI
GIORGIO FOCAS

Con Mario Marenco se ne va l’ultimo grande umorista italiano, colui il quale, più di ogni altro ha saputo spingere una inimitabile scrittura umoristica oltre le forme e i vincoli di linguaggi preesistenti, fino al raggiungimento di sintesi audaci, prodigiose e davvero inedite. Ne è certamente la prova più lampante il famigerato Completo, brano in cui l’umorista e architetto enumera ininterrottamente e con spiazzante, apparente gratuità, cose più disparate suddividendole per categorie: “alcuni numeri di telefono”, “alcune condoglianze”, “alcuni numeri di autobus o metro”, “alcuni colori”, e così via. Proseguendo il percorso di Ettore Petrolini, Achille Campanile, Felice Andreasi, e delle avanguardie storiche, Marenco ci ha restituito – forse con maggiore efficacia – attraverso uno stile  unico (manifestabile anche solo attraverso la sua straniante presenza scenica) –  ipotesi di altri mondi, proiettando verso il futuro la grande tradizione dadaista e surrealista europea da una prospettiva profondamente iperreale.

Mario Marenco con Gianni Boncompagni, Giorgio Bracardi e Renzo Arbore

Lo ha fatto con la radio in quell’Alto Gradimento che ha visto una magica sinergia tra le sue futuribili proposte, gli azzardi di Giorgio Bracardi e la conduzione – o moderazione – di Boncompagni e Arbore. Ha proseguito con la televisione in programmi come Il Buono e il Cattivo di Cochi e Renato (1973) o Sotto le Stelle (1981) in cui interpretava, stavolta in carne e ossa, il Professor Aristogitone – personaggio che già nel corso delle precedenti esperienze radiofoniche aveva saputo incidere in maniera indelebile l’immaginario collettivo -, piuttosto che in rivoluzionari contenitori Arboriani come l’Altra Domenica o Indietro Tutta, in cui suoi temini e le incursioni di un Alfredo Cerruti in particolare forma rimangono tra i momenti più godibili. Lo ritroveremo più di recente a Che Fuori Tempo Che fa insieme a Nino Frassica e Nicola Vicidomini (l’unico a mio avviso che ne abbia pienamente e direttamente raccolto l’eredità artistica) e in Stracult di Marco Giusti.

Mario Marenco con Paolo Villaggio e Nicola Vicidomini

Il rapporto col teatro è stato saltuario ma ugualmente dirompente. Del 1983 uno storico show al Teatro Ciak di Milano – a cui ho avuto la possibilità di assistere – che ha visto anticipare di molti anni dinamiche e intuizioni che avremmo  ritrovato sviluppate in pieno, e in modo sontuoso, nel teatro di Antonio Rezza. Più che riuscita La Strana Coppia di Neil Simon con Andy Luotto e la regia di Alvaro Piccardi, notevole successo teatrale nei primissimi anni ’90, stando alle critica – ex aequo con quella interpretata da Walter Chiari e Renato Rascel – la migliore messinscena italiana della piéce. Nel 2013 si dedica per poche repliche allo show A Rotta di collo, summa di tutta la sua produzione per la regia di Deborah Farina, affiancato dall’amico Nicola Vicidomini. Tuttavia anche tutta la produzione letteraria di Marenco manifesta uno spirito  innovativo, poetico e assolutamente anticonformista. Diversi i titoli da segnalare: Lo Scarafo nella Bordazza, Dal Nostro inviato Speciale, Stupefax, Los Puttanandos, Il Cuaderno delle Poesie e una recentissima fatica dal titolo Porcade Mancade, senza dubbio la più avveniristica. E’ proprio in questa ultima raccolta che, con l’aiuto di  Stefano Sarcinelli, condensa  il meglio degli scritti inediti degli ultimi 20’anni. Qui, in maniera sorprendente e quasi prodigiosa surclassa ogni previsione, nell’individuare una sintesi della scrittura ancora più efficace e una maturità poetica. E’ in grado, infatti, di comunicare in poche righe stranianti situazioni comiche paradossali, visioni surreali e profonde considerazioni esistenziali, tenendo intatta la freschezza dei primordi sotto la spinta di un’ispirazione sempre verde. “Il comico è un personaggio triste, smemorato e scontroso, che approfitta dei pochi momenti di lucidità per raccontare agli altri la sua solitudine e i suoi problemi”, fa scrivere dietro la copertina. Alcuni racconti  sembrano intrisi di un’atmosfera  Kafkiana, in cui l’impossibilità pare sia la sola certezza dell’individuo.

Cover di Porcade Mancade

Artista puro, quasi totalmente ingovernabile, Marenco non conosceva mediazioni ed è riuscito a rimanere giovane fino alla fine, non accomodandosi mai sul facile consenso mediatico,  men che meno ricalcando sentieri già percorsi. Se da una parte l’opera di Marenco rimane un caso unico, dall’altra ha costituito una importante lezione per il grande Nino Frassica, che non ha mai smesso di ringraziarlo e che oggi scrive sul suo account facebook: “Grande Mario Marenco. Quando parlavo con Lui scherzavamo sempre. Non sono mai riuscito a dirgli quanto mi piaceva quanto ho imparato da lui Numero Uno in tutto”. Non a caso, Marenco è stato fino all’ultimo presenza fissa di quel contenitore di meraviglie che è Programmone su Radio 2. Una fonte importante di ispirazione anche per Corrado Guzzanti. Come non rilevare fortissime affinità espressive tra il poeta Marius Marenco – e in generale i tempi, le pause, e la dizione di Mario Marenco – con il poeta Guzzantiano Brunello Robertetti? E come non accorgersi che il Lorenzo di Guzzanti sia quasi in tutto e per tutto una riproposizione più televisiva dell’alunno Verzo? Marenco ha attraversato anche il cinema al servizio di registi quali Dino Risi, Francesco Prosperi, Mino Guerrini, Francesco Massaro, Richard Baskin. Federico Fellini avrebbe voluto fosse proprio lui nel 1979 a interpretare Snàporaz in La città delle Donne, ruolo affidato successivamente a Marcello Mastroianni. Pare che Marenco non fosse abbastanza interessato a realizzare il film. Proprio in questa occasione, lo stesso Fellini ebbe a dire “E’ troppo intelligente per essere un attore”.