AVVIATE LE TRATTATIVE PER LA FUSIONE DI DEUTSCHE BANK E COMMERZBANK

DI VIRGINIA MURRU

 

La fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank si accingerebbe a diventare il matrimonio dell’anno, non un’unione morganatica, sia chiaro, visto che si tratta di due partner di ‘razza’, e non solo della finanza tedesca. Due giganti che tuttavia nella seconda decade del terzo millennio, hanno presentato seri problemi di solidità, soprattutto Deutsche Bank, che nel volgere di un quinquennio ha affrontato tempeste finanziarie tali da rischiare il default, se non avesse avuto a fianco le ‘premure’ e l’ombrello aperto del Governo. Certo di soccorso si è trattato, o per dirla con una locuzione ben nota e invisa al meccanismo di vigilanza bancaria nell’Ue, “di aiuti di Stato”.

 Deutsche Bank ha fatto i conti con il sistema finanziario globale, nonostante sia un colosso non solo in ambito europeo, ma mondiale. Il Dipartimento di Giustizia americano alcuni anni fa le ha comminato una sanzione di 14 miliardi di dollari, che poi con il patteggiamento sono stati dimezzati. Ma è spesso nell’occhio del ciclone anche per casi di riciclaggio di denaro poco pulito, per la costituzione di società fantasma che finiscono nei paradisi fiscali di mezzo mondo, l’ultima irruzione negli uffici del quartier generale a Francoforte per i dovuti controlli è avvenuta alla fine del 2018.

 E ormai negli ultimi anni l’Istituto tedesco è diventato come una grande nave che ha perso la bussola, con diverse falle aperte mentre imbarca acqua e soffre. La Fed un anno fa ha bocciato negli stress test la divisione Usa del gigante tedesco (l’unico istituto ad essere stato ‘respinto’), i cui piedi sembra siano diventati d’argilla. I mercati finanziari poi non le hanno fatto sconti: il titolo nei primi sei mesi dello scorso anno ha perso quasi metà del suo valore. L’unica via percorribile per affrontare la crisi finanziaria galoppante è stata quella dei tagli nell’occupazione, con l’obiettivo di una riduzione drastica dei costi: problema peraltro affrontato già in precedenza.

 Ma Deutsche era stata ‘bocciata’ anche dall’European Bank Authority (Eba) proprio sul finire dello scorso anno, nel corso degli stress test, mentre i 4 maggiori Istituti italiani avevano superato indenni la prova. Il repertorio delle traversie finanziarie è comunque ben più ampio, nonostante la ‘salvezza’ si prospetti ora con l’unione delle due star del settore bancario tedesco, annunciata dal socialdemocratico Otto Scholz, ministro delle Finanze. Eppure c’è chi commenta già dietro le quinte in maniera sarcastica, sostenendo che sarebbero più o meno le nozze tra un cieco ed uno zoppo..

 Commerzbank non è nata ieri, è stata fondata ad Amburgo nel 1870, e di strada ne ha fatto prima di arrivare a tallonare in termini di potere finanziario Deutsche Bank. Tra loro tanti capitoli di storia comune, soprattutto di cadute.

 Di ragioni per esprimere giudizi così irriverenti ce ne sono tante, alcune sono state richiamate. Dietro il progetto del Governo tedesco ci sarebbe una strategia volta a bypassare il bail-in. Loro, i tedeschi, grandi maghi della finanza in Europa (e non solo), con la regia tutt’altro che oscura della Bundesbank, il sorriso rassicurante della Cancelliera e del suo mastino, il Governatore Jens Weidmann, che hanno sempre fatto la morale al sistema bancario italiano, preso di mira Roma perché è intervenuta in questioni di salvataggio di Stato con alcuni istituti italiani arrivati sull’orlo del default. E ‘loro’, tedeschi, non sono mai ricorsi a queste misure estreme?

Altro che, la mano provvidenziale del Governo tedesco, con il benestare del ministro delle Finanze di turno e la Merkel che chiudeva ora un occhio ora l’altro, hanno offerto diversi salvagenti sia a Deutsche Bank, Commerzbank e altri istituti tedeschi che hanno avvertito nel nuovo millennio i sintomi di seri malesseri interni, dovuti ad una pessima governance, e a problemi strutturali conclamati di solidità patrimoniale.

 Le ragioni di questa vulnerabilità, almeno per Deutsche, vengono anche dal fatto che ha finanziato tutto il sistema economico tedesco, soprattutto in fasi di transizione delicatissime, quali la fusione delle due Germanie, facendosi carico di tanti sacchi vuoti.  Poi sono arrivati anche i subprime negli Usa, a far esplodere troppi malesseri nella cabina di regia del colosso tedesco.

 Ed ecco ora questo matrimonio annunciato con le dovute pubblicazioni, con i migliori intenti ed auspici, anche se non occorre molto acume per concludere che dietro la mega operazione della finanza ci sono problemi enormi che s’intendono superare aggirando le regole della concorrenza e dell’Antitrust. Scaltri come sempre, la solidità dell’economia tedesca consente questi espedienti, ovvero le si perdona molto di più rispetto ad uno Stato che presenta un’economia strutturalmente fragile.


In ogni caso è strategicamente avveduta la Governance di Deutsche, dato che non ha mai rischiato il crollo definitivo, provvedendo ad  instaurare con gli anni legami e leganti a prova di tenuta. Intrecci di sicurezza con la Bce e i maggiori istituti bancari europei, attraverso 25 mila miliardi di swaps otc a trattativa privata (i swaps sono operazioni finanziarie dove le controparti si scambiano flussi di denaro in entrata e in uscita, essenzialmente un metodo di copertura dal rischio), per cui il gigante malato tedesco è certamente fragile ma anche non silurabile. Se si attentasse a questo equilibrio, sia pure precario, con Deutsche deraglierebbe un intero sistema. Tutto ciò in virtù di quelle ‘liane’ che consentono all’Istituto di operare come una sorta di funanbolo.

 Purtroppo i mali che affliggono le grandi banche, soprattutto le due maggiori della Germania, non sono endemici, con il fenomeno della globalizzazione, nulla è più circoscritto dentro i confini di una Naziione. Ed è un ‘mal di pancia’ che è esploso in tutta la sua virulenza in seguito alla crisi economica partita dagli Usa nel 2008; allora è stata nazionalizzata, per evitare il crack e innescare processi difficili da controllare.

 Doveva solo essere uno strumento per finanziare l’industria tedesca, ed è finita per diventare un Fondo speculativo, e per questo ha pagato un prezzo piuttosto alto, dovuto ai troppi azzardi, in un momento d’instabilità globale in cui l’azzardo è un salto nel buio. Si allude a strategie volte a lucrare nel mercato dell’oro, che ha fatto aprire gli occhi ai magistrati svizzeri. Ci sono poi le operazioni con sospetto di riciclaggio in Russia, e ancora le violazione delle sanzioni, così com’è avvenuto in Iran, per le stesse ragioni. Poi non poteva passare inosservata la manipolazione dei tassi Euribor e Libor, pagata con una salata multa di due miliardi e mezzo.

 Il matrimonio tra Commerzbank e Deutsche, è un’unione di similitudini in termini di traversie finanziarie, perché anche l’altra, Commerzbank, ne ha viste e affrontate di tutti i colori. Per questo si ironizza sull’iniziativa di unire i loro destini. Nessuno ovviamente mette in discussione il fatto che siano due colossi, e proprio nelle loro proporzioni si è trovato scampo alla deriva.

 Nel volgere di sei anni ci sono stati in Deutsche Bank tre cambi di vertice, nei primi mesi del 2018 ha preso il timone Christian Sewing, un giovane manager tedesco che ha accettato di sedersi in una delle più scomode poltrone della finanza del suo Paese.

 Per mantenere il precario equilibrio, nonostante gli sbandamenti continui, Deutsche Bank, dopo l’aumento di capitale ha aperto le porte ad un azionista cinese, HNA Group. Ma restano ancora aperte diverse brecce nella fortezza sempre più esposta, tanto che la Bce è intervenuta chiedendo di mettere al riparo dal rischio azionisti e risparmiatori, attraverso un irrobustimento patrimoniale. Nella seconda metà del 2018 c’è stata una certa ripresa, sia pure non tale da far credere ad un cambiamento di rotta, basti pensare che quattro anni prima il titolo valeva oltre 30 euro, mentre attualmente il valore è di circa 7.

 Ora queste ‘nozze’, che sembrano più vicine, sono state benedette dai banchieri più potenti, soprattutto quelli americani, perché si sa, in questo ambito la forza dell’uno dà sicurezza all’altro, e nessuno nel sistema globale trae vantaggio quando a crollare sono i giganti.

 A livello di Unione europea invece l’Antitrust è in allarme per questa maxi operazione della finanza che rifletterà i suoi effetti in tutta l’Europa, soprattutto in area euro.

Per gli analisti ed esperti l’unione delle due banche è pura strategia difensiva, un modo efficace per tenere solidi i due ‘edifici’, con un muro in comune. Le fragilità sono conclamate per entrambi gli istituti, ma la loro indiscutibile forza, se unita, permetterebbe una maggiore copertura del rischio. Insomma, resterà in fondo la filosofia che è stata  quella di riferimento nei momenti di crisi peggiori: il gigante raddoppierà di peso (e d’influenza), e sarà più difficile che affondi. Anche se il tributo in termini di tagli all’occupazione sta allarmando non poco i sindacati: si stima che dopo il ‘matrimonio’ saranno decine di migliaia i posti di lavoro a rischio, perché tagli ce ne saranno di sicuro, e non semplici sforbiciate, se si vuole partire con altre premesse e risanare i bilanci.

 Tra le ragioni che giustificano questa operazione, ci sarebbe anche il timore di vedere Commerz prendere le ali, in seguito all’interesse e alle mire manifestate da Bnp Paribas, e non solo. Anche in Italia si è allungato lo sguardo oltralpe con Unicredit, verso il grande istituto tedesco. La prospettiva di perderla avrebbe indebolito di più Deutsche, rischio che il Governo non può permettersi di correre.

 Intanto, sulla notizia che circola ormai da tempo,  nulla è stato messo ancora sulla carta, e tuttavia questa volta non sembra una leggera folata di vento destinata a dissolversi in un nulla di fatto. Ci sarebbe anche l’ammissione del board dei due Istituti, su consultazioni già in corso, al momento ancora in via preliminare, e analisi di opportunità.

 Si dovranno attendere pertanto dichiarazioni più precise al riguardo, intanto il Governo non è il terzo incomodo, esercita pressioni su entrambe le banche affinché l’operazione si concretizzi nel loro interesse, ma anche del Paese.