CARO PRODI, IL 21 MARZO NON ESPONGO LA BANDIERA UE MA IL TRICOLORE

DI STEFANO FASSINA

Va respinta la proposta di Romano Prodi di esporre la bandiera dell’Unione europea il prossimo 21 Marzo. Va respinta da chi vuole ricostruire un legame, innanzitutto sentimentale, con il popolo delle periferie sociali, economiche, culturali della nostra comunità nazionale.

Va respinta da chi non vuole lasciare alla destra nazionalista la domanda di protezione sociale e identitaria così diffusa nell’epoca della “paura della Storia”.

La bandiera per ogni comunità è un segno di identità e di identificazione primario. Imprescindibile. Per una comunità politica, indica anche una prospettiva. La bandiera è Storia, sedimento culturale, legame morale, connessione linguistica. È, insieme, il simbolo dell’orientamento programmatico della comunità nazionale.

Non a caso, i nostri costituenti apposero, a chiusura della parte dei Principi Fondamentali della nostra Carta, l’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”.

Massimo Luciani, presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, ha scritto, nell’ultimo “atto” della bellissima serie dedicata dall’editore Carocci ai primi 12 articoli della Costituzione:

“Il fatto è che la scelta della bandiera, nonostante l’impossessamento del tricolore da parte del fascismo, era davvero scontata, perché non era dubbio che dovesse trattarsi del tricolore risorgimentale; del tricolore, cioè, che il Congresso di Reggio Emilia … aveva assunto a simbolo della Repubblica Cispadana ….: l’uso che il fascismo ne aveva fatto svaniva nell’oblio, mentre riapparivano incredibilmente intatte le memorie risorgimentali.”

Raccogliere la proposta di Romano Prodi è, in coerenza con il confinamento sempre più ristretto nelle Ztl, l’ennesima conferma da parte delle sinistre, sia quella moderata interpretata dal Pd, sia quella sedicente radicale, della distanza dalla propria comunità, avvertita come ostile, incivile e prona al razzismo.

È l’ulteriore manifestazione di auto-riconoscimento in un’altra comunità: cosmopolita, sentita moralmente superiore in quanto acculturata, civile, aperta, sensibile, accogliente e moderna. Esporre la bandiera dell’Ue vuol dire collocarsi ed essere riconosciuti, con le note conseguenze elettorali, dalla parte degli interessi più forti, edificatori di un regime economico, sociale e istituzionale fondato e alimentato dalla svalutazione del lavoro.

Vuol dire mostrare indifferenza per la sofferenza economica inflitta agli strati sociali più deboli dal mercato unico, sciaguratamente allargato a Est durante la Commissione europea presieduta proprio dall’autore della proposta di sbandieramento europeista.

Vuol dire infierire sulla stragrande maggioranza dei nostri lavoratori e delle nostre micro e piccole imprese legate alla domanda interna, quindi soffocate dall’euro, moneta programmaticamente al servizio dell’estremismo mercantilista Made in Germany.

Vuol dire seguire spavaldamente la bussola ordoliberista, puntata sui principi della concorrenza e della stabilità dei prezzi, in alternativa al keynesismo e ai principi di dignità del lavoro, di giustizia sociale, di solidarietà della nostra Costituzione.

Vuol dire, soprattutto, fare propaganda al “sogno” degli Stati Uniti d’Europa, della Riforma dei Trattati o, come dicono gli altreuropeisti, della “democratizzazione dell’Unione europea”, in realtà un miraggio strumentale, un discorso impolitico, utile a puntellare un sistema insostenibile per il popolo delle periferie, ma immodificabile (vedi, da ultimo, il Trattato di Aquisgrana firmato dalla Cancelliera Merkel e dal presidente Macron il 22 Gennaio scorso e la recente lettera di Annegret Kramp-Karrenbauer, neo-leader della Cdu, sulle riforme dell’Ue: “Una rifondazione dell’Europa non può prescindere dagli stati nazionali: essi creano legittimità democratica e identificazione. Sono gli Stati membri che formulano e riuniscono i propri interessi a livello europeo. Solo allora emerge il peso internazionale degli europei.”).

Esporre la bandiera dell’Ue non è, come racconta la destra nazionalista, contro gli italiani: è contro una parte degli italiani, la parte degli italiani spiaggiati dalla ferocia di forze economiche lasciate, per deliberata impostazione dei Trattati europei, senza controllo politico; ma è a favore degli italiani delle imprese esportatrici e della loro decadente “aristocrazia operaia”, del circuito della finanza, delle professioni intellettuali ad alto valore aggiunto e della loro prole Erasmus, un’esigua minoranza nelle proprie corti anagrafiche, ma propagandata come “generazione”. Insomma, esporre la bandiera Ue è, consapevolmente o meno, una scelta di classe.

Chi vuole rappresentare le fasce sociali in difficoltà e re-incamminarsi lungo la strada impervia dell’attuazione dei principi costituzionali, quindi chi vuole la cooperazione tra i popoli europei dovrebbe riconoscere che l’unica prospettiva storicamente praticabile è una confederazione di democrazie nazionali, di Stati nazionali ri-attrezzati e sventolare il Tricolore prescritto dall’art. 12 della Carta.