FOCOLAI DI CRISI NEI BALCANI A VENT’ANNI DALLA GUERRA: SERBIA IN PRIMO PIANO

DI ALBERTO TAROZZI

Marzo 2019, a 20 anni dai bombardamenti su Belgrado è fibrillazione diffusa su tutti i territori della ex Jugoslavia. Cui si aggiungono forti tensioni anche in Albania. Una tregua chiamata pace sembra vacillare. Come allora è la Serbia in primo piano. Cortei settimanali per le vie di Belgrado, sul modello dei gilet parigini. L’ultimo con sussulti fuori dalle righe. I manifestanti, politicamente trasversali a molti partiti che non siano quello del premier Vucic vedono la componente di estrema destra guidata dal suo leader Bosko Obradovic occupare la sede della Tv Rts, colpevole di non documentare adeguatamente le manifestazioni.

Per altro verso un filmato testimonia l’incontro tra alcuni manifestanti e rappresentanti dell’ambasciata statunitense.

Alberto Negri parla apertamente di “manina americana” per destabilizzare Belgrado, come 20 anni fa, approfittando degli innegabili disagi della popolazione.

Analogie e differenze.

20 anni di tregua, dopo i 78 giorni di guerra del 1999. Tregua o qualcosa di simile, se teniamo a mente la guerra interna alla Macedonia del 2001 e il pogrom contro i serbi del Kosovo del 2004. Mentre i piccoli fan di una Ue in versione finanziaria parlano di 70 anni di pace in Europa, come se i Balcani fossero un buco di natura extraterritoriale. Nelle repubbliche formatesi col disfacimento della Jugoslavia anni ’90 tensioni di ogni genere. La Serbia comunque e sempre in primo piano. Vani dapprima i tentativi del premier europeista Tadic di ottenere considerazione e rispetto sul piano internazionale. Fino ad anni più recenti. La crisi dei profughi e la rotta dei Balcani percorsa da quasi un milione di persone. E allora è il premier Vucic, con un passato nazionalista non privo di dense ombre ai tempi della guerra in Bosnia, a diventare interlocutore della Ue, con la Merkel, la nemica di ieri, in primo piano. Serbia accogliente nei confronti dei profughi e centro di smistamento dei siriani verso Berlino, finché alla Germania fanno gioco. Mentre la polizia della Croazia, amica di un tempo di Berlino, perde la faccia aggredendo il flusso dei fuggitivi e facendo tappo prima ai confini serbi e ora a quelli bosniaci. Serbia del premier nazionalista Vucic redento agli occhi interessati di Bruxelles che pare sulla soglia della Ue. Di ostacolo la questione del riconoscimento del Kosovo. Tensioni nella enclave serba di Mitrovica con aggressione ai danni del rappresentante a Belgrado della comunità. Nasce non si sa bene dove, la proposta di uno scambio di territori. La valle di Presevo serba con maggioranza di albanesi passerebbe sotto Pristina, mentre Mitrovica e altre enclave serbe nel nord del Kosovo si ricongiungerebbero a Belgrado.

Abbozzano il premier Vucic e il presidente kosovaro Thaci, ma si infiamma la parte dei kosovari vicina al premier Haradinaj. Mentre Trump invita tutti a festeggiare a Washington e fonti occidentali lasciano intendere un fantomatico accordo con Putin la trattativa salta. Pristina, che nel frattempo ha alzato alle stelle i dazi sulle merci serbe, avanza una proposta fantascientifica nella quale a Belgrado non verrebbe concesso né Mitrovica né tanto meno i territori di un importante bacino idroelettrico. Sorge il dubbio che tutto serva per rilanciare un progetto di segno opposto. Quello di una Grande Albania, evocato mediaticamente dai giocatori albanesi della nazionale svizzera ai mondiali del calcio, estendibile a territori macedoni. Kosovo che prevede di mettere in piedi prima o poi un proprio esercito lasciando allibiti i mediatori Ue come la Mogherini e che pare godere dell’appoggio della sola componente statunitense della Nato. Ma potrebbe bastare.

Declina la stella di Vucic, che pure sul piano internazionale e in sede Ue aveva conseguito una visibilità positiva senza precedenti. Emergono così le sue pecche sul piano interno. Neo liberismo (a dispetto delle propensioni nazionaliste) fonte di miseria e concentrazione delle leve del potere nelle mani dei fedeli e dei fedelissimi.

Di qui le dimostrazioni a catena delle ultime settimane, focolai di crisi sui quali Vucic butta benzina dicendo che non se ne andrà neppure di fronte a 5 milioni di persone. I manifestanti che alzano cartelli con scritto “Uno dei 5 milioni”. Elezioni possibili, dove Vucic non è più sicuro di confermare il successo travolgente dei turni passati.

Torna così il dubbio più che fondato che dietro a malcontento e protesta reali possa esserci chi se ne approfitta sul piano internazionale. Ma le tensioni nei paesi limitrofi non sono tutte riconducibili all’uso e al consumo di Washington. Replay del 1999 improponibile anche perché Putin accolto come un trionfatore a Belgrado e anche se non si spingerà fino in fondo la faccia non la può perdere.

Resta però il fatto di un’avanzata Nato che può accerchiare una Serbia in crisi. Montenegro nella Nato, Macedonia (ora del Nord) molto vicina nonostante le resistenze del suo presidente della repubblica in rotta col governo di Skopje filo occidentale. Se consideriamo le già organiche Slovenia e Croazia (cui molto si perdona come cane da guardia contro i migranti) restano appunto Serbia e Bosnia. In quest’ultima, da tempo, l’entità serba, più vicina a Mosca di quanto lo sia Belgrado, è sotto il tiro di manifestanti che reclamano “Giustizia per Davide” un giovane morto un anno fa in circostanze misteriore, i cui assassini vengono sospettati di essere coperti dalle autorità dell’entità serbobosniaca di Banja Luka.

Però attenzione a non semplificare troppo. La crisi dei Balcani non è tutta riconducibile alla polarizzazione amici della Nato/amici di Mosca. Il caso dell’Albania è clamoroso. Anche qui manifestazioni e scontri tra blocchi  rivali. Quelli dell’opposizione di centro destra che si richiamano a un ex presidente come Berisha, a dir poco assai chiacchierato. Quello del premier Edi Rama socialista, moderato a corrente alternata sul piano della politica di vicinato, in buoni rapporti con Istanbul e la Nato, ma invischiato in giochi e giochetti che riguarderebbero i crimini del fratello di un suo ministro. Salari al minimo, a dispetto del dinamismo economico basato sull’assenza di regole. Qui l’occidente più pompiere che incendiario.

Ma è l’intero territorio balcanico che riprende ad assumere i contorni di una polveriera.

Il 24 marzo saranno vent’anni dall’inizio di quei bombardamenti Nato che scaricarono sulla Jugoslavia e sulle sue installazioni petrolchimiche un carico di bombe (comprese quelle all’uranio impoverito) dagli effetti epidemiologici ancora oggi sconosciuti.

Oggi, dopo un lungo e travagliato periodo di tregua, una miccia potrebbe far nuovamente saltare la polveriera. Quanto meno su di un piano politico. Su quello militare c’è tempo. Ma chi ha tempo non dovrebbe aspettare di fermare l’inizio di una reazione a catena. Ue se ci sei batti un colpo. Per il momento è il silenzio.