BUONA GIORNATA DELLA WEB POESIA. UNA RICOGNIZIONE

DI LUCA MARTINI

La Poesia scende dall’alto di un nome famoso (uno chef stellato delle parole) e illumina nel momento del dolore la vita degli umani. Li riaccomuna come un cane pastore va a recuperare pecorelle affrante e disperse. Accade così che l’attore Flavio Insinna, durante i funerali di Fabrizio Frizzi legga una poesia, anzi La Poesia. Bella lunga consolatoria. Firmata Jorge Louis Borges. Uno dell’empireo del verso. Un Nobel mancato di poco. Un argentino, come sembra da questi versi, col cuore al posto giusto, un hombre vertical.

Peccato che i versi attribuiti a Borges e proliferanti da anni sul web sotto questa attribuzione non siano affatto di Borges. L’Ode all’amicizia è una patacca (in cui era scivolato, tra l’altro, anche l’allora premier Renzi durante un viaggio sudamericano) e se ne sarebbe dovuto accorgere non solo uno scoliaste sopravvissuto all’incendio della biblioteca d’Alessandria, ma pure uno studente non proprio asino di scuola media superiore. Tanto Borges è aristocratico barocco cerebrale visionario benché omericamente cieco e spregiatore delle umane genti che vivono nel loro piccolo mondo lontane dall’enigma, tanto il falso Borges trasuda sudata e populista umanità e fraternità. Detto tra colti: è come se uno dicesse, ecco i versi di Dante e poi leggesse la maglietta fina di Baglioni. Impossibile non accorgersi dell’equivoco. Ma questo era il primo caso in cui la Poesia (questa desaparecida dalla nostra vita) ha ancora una funzione apprezzata nella nostra società che snobba di solito i versi. La funzione consolatoria da funerale nel momento di un supposto indicibile. Leggi Borges e sarà come trovarsi tutti aggrappati al conforto di una preghiera laica.

Il web, e lo sa bene anche chi conosce appena i social network, favorisce la sapienza gnomica dell’aforisma e a questa caratteristica si adeguano le citazioni da scrittori o poeti famosi.
Non si contano le frasi estrapolate da vecchi e nuovi classici, Prévert e Bukowski, per esempio, sempre capaci di fornire una giusta frase di suggello all’attimo fuggente da noi postato. Ovvio che dopo un balletto di post nessuno è più in grado di controllare le citazioni, se mai poteva farlo prima, e l’autenticità dei testi citati.
Accanto a questo uso medicinale della poesia – dice meglio e in poche parole e da il giusto valore a un momento della nostra vita – prosperano da qualche anno medici in proprio, una generazione di poeti (per dichiararsi poeta sembrerebbe bastare l’autocertificazione) nati al di fuori dei canali comuni delle case editrici. Ma questo è un altro discorso. Che proviamo a fare qui.

L’autocertificazione del poeta sul web è automatica e soggetta a un controllo, un feedback istantaneo, fatto di like o condivisioni che sostituiscono l’occhiuta lettura del critico o del cattedratico. Per gli emergenti Internet è il paesaggio-passaggio ideale che regala oltre a un luogo cyber frequentato, un tempo reale e immediato. Tumblr Instagram Twitter FB: ecco dove trovare i talenti ruspanti.

Ho sentito dire al grande poeta Milo De Angelis: «Ci chiama un citofono, un faro di camion e ritroviamo un evento che ha avuto un significato nella nostra vita … C’è un Porto Sepolto (cfr. Ungaretti) nella vita di ognuno. La poesia è il riconoscimento, è questa parola». È naturale che la ricerca di questa parola spesso si svolga nel luogo dove quantitativamente il mondo oggi scrive e comunica di più. La Rete Sepolta, che viene Dissepolta; questo spazio che sta a lato di noi, da qualche parte, non si sa bene dove. «Il cyberspazio è il posto», come diceva William Gibson, «in cui hanno luogo le telefonate intercontinentali» e in cui ora si trova un importante, quasi ineludibile, per i Millennials e non solo, crocevia dell’espressione.

Mentre è più usuale trovare il poeta cartaceo che sul web si appoggia in infiniti gruppi di FB – zeppi di autori improvvisati che si nascondono tra gli altrettanto numerosi poeti laureati – o semplicemente sul profilo privato, è più interessante vedere qual è la poesia che sgorga direttamente dal web e che ha, nella fattura, le stimmate ancorché vantaggiose del suo medium.

Navigando, imparo che uno dei nomi oggi più conosciuti si cela sotto il nickname Atticus in atticuspoetry: sta su Instagram, vanta 500 mila followers, è un misterioso 25-30enne canadese, che dichiara di aver liberato nelle poesie il suo animo femminile (e le donne sono le sue fans più accese). Le poesie di Atticus sono schegge, dichiarazioni, cortocircuiti, piccoli ragionamenti, intuizioni e illuminazioni inseriti in un cripto testo identitario fornito da tutti gli aforismi e i versi veri e fake del web.
Proprio da questo effetto di risonanza ci sembra prendano personalità componimenti elementari come ‘ti lascerò entrare/nel mio cuore/ma pulisciti i piedi alla porta’ o versi di altri ripostati in omaggio come il già famigerato ‘sii umile/-siamo fatti di stelle’.
Cosa non imprevedibile (il libro piace sempre, conferisce tuttora status, porta soldi): Atticus ha messo su carta la sua prima raccolta, Love Her Wild (Fabbri), privandosi dell’effetto prospettico della rete e perdendo le peculiarità della sua cyber residenza. Ci troviamo davanti qualcosa di simile ai bigliettini dei Baci Perugina senza nemmeno il conforto del cioccolatino. A riecheggiare la loro nascita internettiana e per cercare di movimentare il tutto i testi sono composti con diverse font tipografiche e con minimi e infantili accorgimenti formali, per esempio il tutto maiuscolo.

Mi basta poco per scoprire che Atticus è già considerato un epigono, perché Instagram ha dalla sua, insieme con Tumblr (sono i due social più usati all’uopo), una consolidata tradizione versificatoria. I nomi degli autori più likeati che compaiono sul mio display sono Tyler Knott Gregson, Rupi Kaur e Lang Laev; li googlo e li scrollo subito sullo schermo del mio iPad.

Gregson, trentasettenne del Montana, Usa, è un vero apripista, noto per le sue ormai interminabili serie Daily Haiku in Love, haiku dedicati al più nobile dei sentimenti, e Typerwriter Series, che raccoglie testi di poche righe anticati dalla veste grafica: sono infatti pubblicati nel carattere delle obsolete macchine per scrivere. Una sua poesia, Closure,  ripostata da una delle sorelle Kardashian ha raggiunto un gradimento incredibile, quasi mezzo milione di like.

Rupi Kaur, 25enne del Punjab ma residente in Ontario, dove ha compiuto studi letterari, scrive tutto minuscolo, usa solo il punto e accompagna i suoi poems – corti ma non sempre di micro dimensioni – con piccoli disegni.
Temi di milk and honey e the sun and her flowers, le raccolte best seller apparse tra i libri più venduti nelle charts del New York Times e tradotte in tutto il mondo: la condizione femminile (con combattivo sguardo femminista), l’amore, l’amore non corrisposto, solcati da influenze anche colte. L’autrice cita tra gli altri Kalihl Gibran, Alice Walker e Sharon Olds.

Lang Laev, thirty something di origine thailandese, scappata da un campo profughi e approdata in Nuova Zelanda, dove vive con il marito poeta, ha già firmato cinque raccolte di poesie, definite pop, e un romanzo, dove scandaglia il sentimento amoroso. Il suo titolo chiave non a caso è Love and Misadventure. Lang Laev presenta testi brevi, legati però in sezioni e sottosezioni che permettono di cogliere seppur esili tracce narrative.

Alt per il momento. È ovvio che gli Internet viral pop poets, come vengono chiamati, e che nelle discussioni via web e cartacee abbiamo visto esaltare ma anche definire ‘shitty and toxic‘, hanno una caratteristica comune. Ed è questo il denominatore che affiora dalla nostra ricerca: sono accessibili, semplici da capire, facilmente avvicinabili da chi è digiuno di poesia e, caratteristica non da poco, pure da chi non mastica l’inglese.

Chiedo un parere a un’amica trovata su Tumblr. Alexia0 è una 17enne romana: pazza per la poesia e in possesso di un profilo ricco di endecasillabi suoi e di citazioni greco latine (sta facendo il liceo classico). Mi fido di lei. «Ma tesoro mio», mi scrive «eccome se li conosco, i poeti del web: solo che sono tutti pessimi, pessimi poeti. Poeti adatti alla mia generazione vuota. Se piacciono davvero? Fatti un giro sul profilo Instagram di una qualsiasi quindicenne…».
Possibile che la parola della Rete Dissepolta sia così povera ma non umile cosa?

Tra gli italiani, mi imbatto spesso nel nome di Franco Arminio che è un caso ibrido, non puro internettianamente come Atticus e soci, ma esempio molto più comune da noi. Arminio, maturo poeta irpino di Bisaccia, è esploso sul web anche se è nato su carta. L’autore di Cedi la strada agli alberi è stato infatti adottato dalla Rete grazie a liriche che risultano smaglianti pure sul breve dei 140 caratteri (Ti penso./Dipingo il mondo/con la tua faccia), e che sono così visive da poter occhieggiare (in quanto paesaggistiche) sotto le foto su Instagram. Qualche recente incidente, però (leggi un duro conflitto con un gruppo di haters), ha reso Arminio diffidente dei social network: «Credo che FB veicoli i peggiori istinti», ha dichiarato a Il Fatto. «È un frullatore velocissimo che elimina la bellezza. La Rete può essere pericolosa per la poesia anche se è stata utile per le mie vendite».

Altri? Guido Catalano, naturalmente, il poeta italiano più famoso nella casta dei pop: ma più che un web writer è un performer in stile bukowskiano, che ha goduto del favore dei poetry slam; Gio Evan si nota invece perché è un miscuglio allegro di attività creative, essendo anche cantautore, e per aver pubblicato le poesie Capita a volte che ti penso sempre oppure Ormai tra noi tutto è infinito (Fabbri): il genere scivola in dolciastri micro aforismi, uno dei quali usato dalla Isoardi per spiaggiare il ministro Salvini; colpisce di più il progetto a ingenuità ottimamente calcolata di Francesco Sole, poeta buonista iper ottimista sotto pseudonimo solare, che ha il massimo successo con #TiAmo (Mondadori): si tratta di un vademecum ai segreti dell’amore, ispirato da Luna (occhio al nome, speculare a quello dell’autore), saccente musa che regala al poeta consigli e versi.

Ecco: dal punto di vista dei contenuti i quasi web italian poets di cui sopra (meno il povero Arminio) si attaccano visibilmente a una vena sapienziale di livello basso (nel senso: un po’ da posta del cuore) che rende i loro versi brevi influenzati più che dalla storia universale della poesia da pezzi di canzonette, scorci di rap, aforismi o proverbi di profumo popolare e slogan pubblicitari.

Nella forma c’è un dato prevalente, assieme alla coincisione del discorso. Sono poeti che riprendono ritmi e suggestioni da un altrove a-poetico che non contempla la prosodia. Spesso proprio gli italiani sembrano tradotti dall’inglese imperante in Rete e paiono stilisticamente degli adattamenti – ignorano cioè, per comodità di espressione e cultura, canoni autoctoni. Viene in mente Giovanni Raboni quando, in uno scritto del 1961, notava che ciò accadeva, per ingenuità e furore, a certa poesia del Dopoguerra apertasi a suggestioni anglo americane.

Concludiamo. Fin qui ci siamo mossi in un campo di pop poetry, più influenzata dalle réclame che da Nobel ispanici o neo-orfisti italiani.
Chiunque però trovasse nella Rete Dissepolta i seguenti versi: ‘Dammi l’acqua/ dammi la parola/dammi la tua mano/ che siamo,/nello stesso mondo’ potrebbe trattare Chandra Livia Candiani come una post adolescente che soffre di acne al cuore. E invece sono i versi in copertina di Fatti vivo, edito nella preziosa collana bianca di Einaudi. Domanda: non stanno benissimo in forma di post sparati nella comunicazione internettiana? Non ne hanno la stessa affettuosa fiducia fraterno-populista? Non sono anche un po’ meglio – azzardo – di quelli di Gio Evan?
Comunque sia, la frequentazione con Tumblr, social particolarmente amante della poesia, mi porta a conoscenza degli italiani (colti) più citati: accanto a Chandra, brillano il classico, ovvero Alda Merini (la più tipica delle nostre madwomen in the attic) e il nuovo, ovvero la soave e feroce Mariangela Gualtieri. Buona navigazione a tutti.