ILARIA E MIRAN 25 ANNI DOPO. SOLO INDIZI SUI LORO ASSASSINI

DI MARINA POMANTE

 

Ilaria Alpi la giornalista romana e il cineoperatore triestino Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 persero la vita con una raffica di Kalashnikov in un agguato a poca distanza dall’ambasciata italiana di Mogadiscio in Somalia.
Era in quei luoghi per conto del tg3 per documentare il ritiro delle truppe Usa dal paese, teatro da anni di una cruenta guerra civile.

Alpi e Hrovatin erano però anche impegnati nelle “indagini” su un presunto traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici che avrebbe visto coinvolte anche società italiane.

Trascorsi 25 anni si sa ancora poco di quello che scoprirono, mentre restano ancora misteriose le circostanze del loro omicidio e dei mandanti.

Ilaria non aveva compiuto ancora 33 anni, quando venne uccisa. Conosceva la lingua araba, studiata all’università ed era giunta in Rai dopo aver fatto un percorso di inviata al Cairo per i quotidiani: Paese Sera e L’Unità. Seguiva le vicende somale da un paio d’anni, in Somalia era cominciata nel 1992 l’operazione Restore Hope per mezzo della quale le Forze dell’Onu sotto la guida dell’esercito Usa portavano aiuti umanitari alla popolazione locale.
La guerra civile tuttavia proseguiva negli anni a venire e tutt’oggi è ancora in corso.
Il 44enne Milan Hrovatin invece prima di giungere in Rai aveva lavorato per la rete Videoest di Trieste.

I due quando vennero assassinati erano da poco rientrati da Bosaso una città sulla costa distante centinaia di chilometri a nord di Mogadiscio. A Bosaso avevano ottenuto un’intervista da un potente sultano locale in merito al sequestro di una nave da parte di alcuni pirati. La nave si sospettava che fosse stata usata per i traffici sui quali stavano indagando.
Furono assassinati quando erano già tornati a Mogadiscio.

Erano in viaggio su un fuoristrada, furono intercettati da un’auto nei pressi dell’Hotel Amana, vicino all’ambasciata italiana. Il fuoristrada venne crivellato dai colpi di mitragliatore: Il cineopertore morì sul colpo, Ilaria poco dopo. Sopravvissero all’agguato l’autista dell’auto e l’uomo che li scortava.

Sono molte le ipotesi su questo omicidio formulate negli anni.
Il sospetto che più ha preso corpo è che Ilaria e Miran erano venuti a conoscenza di qualcosa che non dovevano scoprire.
Non è mai stato trovato un possibile mandante malgrado le indagini mai interrotte e formalmente ancora in corso.
Alcuni hanno addirittura ipotizzato che i mandanti potessero essere italiani, ma in una nuova richiesta di archiviazione sulle indagini avanzata dalla Procura di Roma, ancora il mese scorso, i Pm hanno ribadito che non sono mai emerse prove in suffragio a questa teoria.

Verso la fine degli anni ’90, a causa delle pressioni della famiglia Alpi, Prodi, allora capo del Governo, fece pressione presso l’ambasciatore in Somalia, Giuseppe Cassini, di intensificare le indagini.
L’ambasciatore persegui la pista dell’omicidio casuale, quindi non connesso alle inchieste della giornalista e del suo cineoperatore.
Nel 1998 venne convocato in Italia Omar Hassan Hashi un cittadino somalo accusato proprio dall’autista dei due giornalisti Sid Abdi e da un testimone oculare: Alì Ahmed Ragi detto “Gelle”.
Tutti e due sostenevano che Hashi era uno dei sette uomini che facevano parte del commando che aveva aperto il fuoco sui giornalisti.
Il tribunale di Roma valutò che le testimonianze fossero poco credibili ed emise sentenza di assoluzione per Hashi.
Le testimonianze di Ragi ad esempio cambiarono più volte e Abdi affermò di non aver visto Ragi sul luogo dell’agguato.

Altri tre cittadini somali sostennero che Hashi il giorno dell’agguato si trovava in una città a 200 km da Mogadiscio.

In Appello, Hashi fu condannato e la Cassazione nel 2000 confermò la sentenza e fisso la condanna a 26 anni.

Ragi sparì prima del processo, Habdi restò in Italia ma venne ritrovato morto dopo pochi giorni dal suo rientro in Somalia nel 2003.
Hashi restò in carcere fino al 2016.
Nel 2015 un’inchiesta della trasmissione Rai “Chi l’ha visto” intervistò Ragi in Inghilterra il quale raccontò che le sue accuse contro Hashi erano in cambio di un visto per lasciare la Somalia, perchè “gli italiani volevano chiudere il caso”.
Il processo fu rivisto e dopo 16 anni di carcere Hashi tornò libero.

Furono in molti a parlare si depistaggio istituzionale in merito al caso di Hashi.
Il parlamento istituì una commissione d’inchiesta nel 2004 per le indagini sull’omicidio di Alpi e Hrovatin.
Ma il presidente della Commissione Carlo Taormina (deputato Forza Italia) fece perquisire le redazioni e le abitazioni dei giornalisti che se ne occuparono, arrivò anche a dire che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano in vacanza. Le relazioni della Commissione non produssero di fatto alcun risultato.

Gli atti della Commissione parlamentare furono desecretati per volere della presidente della Camera Laura Boldrini.
Si seppe così dell’esistenza di una nota dei servizi segreti scritta nei giorni successivi all’omicidio, la quale riportava che la Alpi fosse stata uccisa a causa delle indagini sui traffici di rifiuti tossici ed armi. Nella nota era precisato anche che i mandanti andavano cercati “tra militari somali e cooperazione”.
Le indagini vennero riaperte dalla procura di Roma nel 2017 che pochi mesi dopo ne chiese l’archiviazione.
Per le opposizioni della famiglia Alpi, il Gip nel giugno del 2018 dispose ulteriori accertamenti.
Nello stesso anno Luciana Alpi la madre di Ilaria moriva a 85 anni.
Per 24 anni guidò le campagne per chiedere la verità sull’omicidio di sua figlia.
Le indagini hanno subito una nuova battuta d’arresto per la richiesta di archiviazione nello scorso febbraio da parte della Procura di Roma.

La morte di queste vite pesa sulle nostre coscienze come un macigno. Negli anni su questa vicenda si è detto di tutto, la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono un peso da cui liberarsi. Lei ha inoltre vissuto il dileggio di essere colpevole, una di quelle donne che vanno a cercarsi i guai, ma in realtà voleva far emergere la verità. Era una di quei corrispondenti dall’estero, quelli che vivono in trincea, dove ogni momento è buono per morire che credono in quello che fanno, profondamente, consapevole della fragile e labile consistenza della vita. Consapevole che la ricerca della verità, ogni singolo dettaglio, ogni riga di qualunque articolo, ha in se un pezzo di storia di quelle civiltà che altrimenti verrebbero ignorate, in un mondo sempre più lontano, che ormai non sa riconoscere la totalità degli essere umani. Una verità che può portare alla morte come è successo per la Alpi e Hrovatin.
Un giudice qualunque ha detto che Ilaria Alpi è morta a causa di una rapina. “Era in vacanza non stava facendo nessuna inchiesta, la Commissione che presiedevo lo ha accertato. Ho un documento che manterrò privato per rispetto alla sua memoria che racconta tutta un’altra storia”.
Aveva solo 33 anni, ed era andata in Somalia, a Bosaso, per entrare nel cuore di quella terra e raccontarla da giornalista. Uccisa in un agguato. Per lei c’erano sette killer ad attenderla. Forse era arrivata a percorrere la pista giusta, così vicina a quella verità, ma anche così vicina alla morte.
A Bosaso aveva visto traffici d’ogni genere: armi, rifiuti tossici, scorie radioattive, tangenti e riciclaggio di denaro sporco. Ma era una giornalista, una professionista, doveva raccontare i fatti. Non poteva astenersi, la verità era una priorità, più della sua stessa vita. Fascicoli di un’indagine andati persi, scomparsi, inghiottiti da una guerra che dura da 25 anni. Uno di quei misteri italiani che restano imbrigliati nei tortuosi meccanismi giuridici, dove il tempo aiuta solo ad aumentare quella spessa coltre di polvere che come un pulviscolo infido brucia gli occhi fino a rendere la vista appannata. In quel mondo inesistente che si chiama Africa, Ilaria cercava di ridare dignità ad un popolo martoriato dove la guerra e l’omertà hanno permesso traffici e situazioni illecite.